#FOCUS | ‘Ndrangheta: l’Antimafia ed i problemi irrisolti nel Vibonese

Carenze di organico alla Dda di Catanzaro, mancanza di programmazione comune con la Dda di Reggio e “stoccate” ai media. Ecco la relazione della Dna

di GIUSEPPE BAGLIVO

Focalizza un anno di attività la recente relazione della Direzione nazionale antimafia presieduta dal luglio 2013 dal procuratore Franco Roberti, in precedenza a capo della Procura di Salerno da cui ha coordinato la locale Direzione distrettuale antimafia. L’arco temporale preso in esame dalla Dna va dal luglio 2014 al 30 giugno 2015 e, come ogni anno, analizza la situazione inerente le organizzazioni mafiose radicate sull’intero territorio nazionale. I dati relativi alla Calabria non offrono sostanziali novità rispetto alle precedenti relazioni, con operazioni di contrasto alla ‘ndrangheta significative ma in alcune aree geografiche calabresi del tutto insufficienti a debellare o assestare colpi, anche solo lontanamente “mortali”, all’organizzazione criminale più forte e radicata dell’intero Paese.

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Ne è consapevole la Direzione nazionale antimafia che sottolinea, ancora una volta, le cause di tale mancato “salto di qualità” (almeno in alcune aree della regione): in primis la mancanza di uomini e mezzi. La relazione cita infatti, non a caso, il  numero esiguo di magistrati antimafia in servizio alla Dda di Catanzaro con comprensori come quello di Vibo Valentia e provincia che, nonostante la stessa Dna definisca “ad elevatissima densità criminale, tra le più alte su tutto il territorio nazionale”,  vengono affidati alla competenza di un solo sostituto procuratore antimafia, costretto a dividersi fra attività dibattimentale, indagini e richieste di custodia cautelare da scrivere ed avanzare al gip. Una situazione insostenibile che non permette non solo alcun “salto di qualità” nel contrasto alla ‘ndrangheta, ma neanche di gestire l’ordinario in condizioni accettabili. Tale dato di fatto, evidenziato dalla relazione, va poi a “cozzare” con un’altra considerazione messa nero su bianco dalla stessa  Dna, con particolare riferimento al territorio vibonese.

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Per la prima volta in una relazione della Direzione nazionale antimafia viene infatti sottolineato che, a fronte di inchieste capaci di disvelare relazioni fra la criminalità organizzata e personaggi delle istituzioni, non vi sarebbe stata “tutto sommato”, una “significativa reazione nell’opinione pubblica locale e nei media, rimasti complessivamente indifferenti al tema”. La relazione, sul punto, non va a scandagliare le possibili cause di un tale “fenomeno”, nè quanto l’aver affidato un intero comprensorio – definito ” “ad elevatissima densità criminale, tra le più alte su tutto il territorio nazionale” – ad un solo magistrato (con i conseguenti e naturali ritardi nell’azione di contrasto alla ‘ndrangheta ed alle sue collusioni con gli apparati istituzionali) possa aver inciso sulla mancata reazione da parte dell’opinione pubblica (specie poi se ai risultati investigativi non sempre seguono conferme dell’operato degli inquirenti da parte dei giudici terzi e tale dato viene riportato, doverosamente, dai media).

mafia

Struttura della ‘ndrangheta. La relazione, anche quest’anno, rimarca  il tentativo da parte della ‘ndrangheta, non rientrante nella provincia di Reggio Calabria, di affrancarsi dalla “casa-madre” reggina tranne  il territorio della provincia di Vibo Valentia che continua a far parte del “Crimine” reggino. Tale tentativo di affrancazione, che avrebbe permesso alla ‘ndrangheta crotonese di imporsi quasi alla pari rispetto ai reggini affrancando a sè le cosche del Cosentino, della Sibaritide, del Catanzarese e del Lametino, vedrebbe quale promotore il boss Nicolino Grande Aracri di Cutro.

Dna

La legittimazione ‘ndranghetista di un “locale di ‘ndrangheta” (struttura mafiosa che raggruppa diverse ‘ndrine sparse su più territori comunali) continua tuttavia a derivare, in tutto il mondo, “esclusivamente, dal riconoscimento della c.d. Mamma di Polsi” e quindi dal “Crimine di Reggio Calabria, per come dimostrato dal fatto che la gestione degli affari più importanti, delle situazioni più problematiche, non può mai prescindere dal “volere di quelli di giù” . Tale “regola” è divenuta però negli ultimi anni “flessibile”, tanto che per la Dna sembra in parte  “superato l’antico assetto criminale che postulava la necessaria approvazione degli ‘ndranghetisti del reggino per l’apertura di locali nel territorio di Catanzaro, o per le nomine di maggiore rilievo al loro interno”.

In ogni caso, la Dna avverte che: “ l’acclarata stabilità dei rapporti tra i sodalizi operanti nei distretti di Reggio Calabria e Catanzaro, rende assolutamente necessario, in chiave operativa, un coordinamento continuo tra le due direzioni distrettuali calabresi, che non si arresti ad un obbligo (spesso postumo) di scambio informativo, ma che giunga alla programmazione comune di strategie complessive, almeno sul territorio regionale, anche se – ovviamente – si tratta di un modulo concretamente praticabile unicamente per le associazioni più strutturate ed i casi più eclatanti”.

Vibo Valentia

Passando ad analizzare la situazione mafiosa presente nella provincia di Vibo, tralasciando errori materiali nella relazione redatta a Roma e dettati spesso dalla mancanza di conoscenza del territorio e degli atti processuali (la frazione “Portosalvo” di Vibo, feudo del clan Tripodi, diviene “Melito Porto Salvo”, tanto per fare un esempio), ecco il quadro che ne viene fuori.

Nella città di Vibo Valentia, secondo la Dna, continua ad operare la cosca Lo Bianco e Barba, storicamente (almeno dal 1988 in poi)  legata al clan Mancuso di Limbadi; è presente poi “il gruppo capeggiato da Mantella Andrea”, facente parte del clan Lo Bianco ma negli ultimi tempi legato al clan dei Piscopisani (dal nome della frazione Piscopio di Vibo). “La recente scarcerazione del capoclan del gruppo Lo Bianco, del resto, lascia supporre una riorganizzazione delle sue attività, soprattutto – scrive la Procura nazionle antimafia – in relazione al traffico di stupefacenti, cosi come ha riferito – in sede di scambio informativo – la Dda di Reggio Calabria”.

Nella frazione di Vibo Marina, ad avviso della Dna, operano “i Vacatello” e, soprattutto, “Colace Nazzareno con il suo gruppo, posto al servizio di Mancuso Pantaleone classe ‘61, alias Scarpuni”. Nella frazione di Portosalvo “è tuttora egemone la cosca Tripodi”, capeggiata da Tripodi Nicola al momento detenuto a seguito dell’operazione Lybra”; è attivo anche il gruppo legato ai Mantino”.

pistola e soldi

I comuni di Limbadi, Nicotera, Joppolo e Ricadi rappresenterebbero invece, secondo la Dna, un’area sottoposta al diretto controllo del locale facente capo alla famiglia Mancuso. A Tropea e Briatico, il locale di Limbadi esercita in modo indiretto la propria egemonia avvalendosi di ‘ndrine satellite. Più specificamente, il territorio di Tropea è controllato dal clan La Rosa unitamente a Polito Domenico Salvatore. A Briatico vi è la ‘ndrina riconducibile ad Accorinti Antonino, particolarmente attivo sul territorio, ma è presente anche il gruppo riconducibile ai Melluso. A Zungri domina la ‘ndrina con al vertice Accorinti Giuseppe, storicamente federato ai Mancuso”. A Mileto la relazione segnala invece il gruppo Pititto, i Prostamo, i Galati ed i Mesiano.

A San Gregorio d’Ippona continua a dominare il clan Fiarè-Gasparro-Razionale, mentre su Filandari, Ionadi e San Costantino Calabro viene segnalato il dominio mafioso del clan Soriano di Pizzinni.

A Spilinga la relazione attesta (ed è la prima volta) la presenza del “locale” di ‘ndrangheta al cui vertice ci sarebbe Antonio Cuppari, condannato nel processo “Crimine” della Dda di Reggio Calabria.

fucile che spara

A Stefanaconi, oltre ai Patania, viene segnalata la presenza dei clan Bartalotta e Lopreiato, con un ruolo di primo piano acquisito negli ultimi tempi dai Franzè.

A Fabrizia si registra invece la presenza di un “locale” di ‘ndrangheta guidato dai Nesci-Montagnese e dai Primerano, mentre a Nardodipace e nella sua frazione Cassari viene segnalato il clan Tassone. Quindi, il clan Vallelunga a Serra San Bruno, i Ciconte a Sorianello, i Loielo e gli Altamura a Gerocarne, i Maiolo ad Acquaro, i Gallace ad Arena e Ariola, e gli Emanuele in diversi comuni delle Preserre. Infine, i Bonavota-Cugliari a Sant’Onofrio, gli Anello a Filadelfia ed in tutto il bacino dell’Angitola, i Fiumara a Francavilla Angitola e Pizzo Calabro. In tale ultimo comune, la relazione segnala anche la presenza di elementi dei Pardea (storico clan di Vibo Valentia “superato” negli anni ’80 dai Lo Bianco) e sottolinea “l’influenza di diverse organizzazioni dedite alla gestione delle cd. “guardianie” e delle forniture di beni e servizi alle strutture turistico-ricettive, nonché alle estorsioni ed allo spaccio degli stupefacenti”.

A fronte di tale “mappa” è bene evidenziare che, allo stato, non esiste alcuna sentenza definitiva ( e neanche di primo grado) che attesti in via giudiziaria la presenza di clan mafiosi a Briatico (il cui Comune è stato sciolto ben due volte per infiltrazioni mafiose) ed a Zungri. Un ritardo che spetta alla magistratura antimafia colmare.

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‘Ndrangheta: la “mappa” dei clan del Catanzarese nella relazione della Dna (leggi qui)

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