Per anni sarebbe stato uno degli uomini di riferimento della criminalità organizzata operante a Livorno e, secondo gli investigatori, il principale punto di contatto tra le cosche della 'ndrangheta e gli ambienti criminali locali. È la figura di Riccardo Del Vivo, il collaboratore di giustizia le cui dichiarazioni hanno consentito di fare luce sia sui presunti traffici di cocaina attraverso il porto toscano sia sull'omicidio di Alfredo Chimenti, conosciuto come "Cacciavite".

Secondo l'accusa, Del Vivo avrebbe svolto un ruolo strategico nei collegamenti con la criminalità calabrese, favorendo il recupero di ingenti quantitativi di stupefacente provenienti dal Sud America. I rapporti con esponenti della 'ndrangheta sarebbero nati durante periodi di detenzione e si sarebbero consolidati negli anni successivi, trasformando il porto di Livorno in uno snodo di particolare interesse per il narcotraffico internazionale.

Le indagini hanno ricostruito anche alcuni episodi che avrebbero segnato la fine della sua attività. Tra questi il mancato recupero di un carico di oltre cinquanta chilogrammi di cocaina sequestrato dalle autorità e, successivamente, un'altra operazione legata a un container contenente oltre cento chilogrammi di droga. Vicende che hanno attirato l'attenzione degli investigatori e portato allo smantellamento del presunto gruppo criminale.

Nel 2017 Del Vivo ha deciso di collaborare con la magistratura, avviando un percorso da pentito che gli ha consentito di beneficiare delle attenuanti previste dalla legge. Tra le confessioni più rilevanti vi è quella relativa all'omicidio di Alfredo Chimenti, avvenuto il 30 giugno 2002 nel centro di Livorno durante una fase di forte tensione nel controllo delle attività di gioco d'azzardo clandestino.

Per quel delitto l'ex esponente della criminalità livornese è stato condannato, con rito abbreviato, a dieci anni e otto mesi di reclusione. Una pena ridotta proprio in ragione della collaborazione fornita agli inquirenti. Nel corso dei vari interrogatori ha ammesso di essere l'autore materiale degli spari, sostenendo però di non aver avuto l'intenzione di uccidere la vittima, una versione che il tribunale ha valutato solo in parte attendibile.

La vicenda resta una delle più significative nel quadro delle indagini sui rapporti tra la criminalità organizzata calabrese e le organizzazioni attive sulla costa toscana. Un intreccio che, secondo gli inquirenti, avrebbe consentito alla 'ndrangheta di rafforzare la propria presenza nei traffici di stupefacenti sfruttando le potenzialità strategiche dello scalo portuale di Livorno e una rete di referenti locali.