'Ndrangheta, sangue, mazze e spedizioni punitive: il volto violento del clan nelle Serre vibonesi (NOMI)
Le intercettazioni choc svelano la ferocia di Michele Idà: dai messaggi Instagram alla spedizione punitiva con mazze e pistole. «È degno di morte, lo abbiamo spaccato»
Nelle pieghe dell'ordinanza cautelare firmata dal Gip Arianna Roccia, emerge un quadro di brutale violenza che va ben oltre il semplice controllo del territorio. Al centro delle indagini sulla 'ndrina Emanuele-Idà, brilla per spregiudicatezza la figura di Michele Idà (classe '97), descritto come il braccio violento della cosca, capace di pianificare e attuare vere e proprie spedizioni punitive contro chiunque osasse mancare di rispetto agli assetti del clan.
La genesi della violenza
Un presunto approccio virtuale, un profilo Instagram creato all'alba e una "mancanza di rispetto" verso la moglie di un uomo d'onore detenuto. Tanto è bastato a Michele Idà (classe '97) per scatenare una violenza primordiale, documentata minuziosamente dalle ambientali della DDA di Catanzaro. Non solo minacce, ma un pestaggio di gruppo che ha ridotto la vittima in fin di vita, trasformando il territorio delle Serre in un teatro di "giustizia" sommaria. Tutto nasce dal risentimento di Michele Idà nei confronti di un uomo, indicato come Nazzareno, colpevole di aver inviato messaggi inopportuni a Giulia Mantella, cognata dell'Idà e moglie di un affiliato in carcere. Nelle intercettazioni, Idà ricostruisce con rabbia l'accaduto: «C’era Nazzareno con la moglie... "Giulia come stai.. Carmelo come sta". Pipi, popò.. Giulia siccome è educata... quella notte ha fatto un profilo di Instagram... la mattina alle sette e mezza gli arriva un messaggio: "Eh, ti volevo dire che esco pazzo per te... però non li posso dire chi è". Siccome so che è un porco di merda con le femmine... mia cognata poverina gli ha risposto: “Non ti permettere più a scrivermi, che io ho un marito in galera”».
Per Idà, il fatto che Nazzareno avesse beneficiato in passato del suo aiuto economico rende l'offesa ancora più insopportabile: «Quanto è vero Santo Rocco... quando lo hanno arrestato con mio zio, io a 15 anni 100 euro avevo e 100 euro gli portavo... gli ho prestato 3.000 euro per sposarsi e non li ho voluti tornati! E ora vedi mia moglie con la malizia? È degno di morte».

La spedizione punitiva: «Lo ammazzo con la mazza da baseball»
Le intenzioni di Idà si trasformano presto in un piano operativo. Prima dichiara: «Se è come dico io, entro nell'officina con una mazza da baseball e lo lascio vittima». Poi, l'azione si sposta sul campo. Michele Idà non agisce da solo: si avvale dell'aiuto dei sodali Marco Idà, Domenico Zannino e Filippo Mazzotta.
Il racconto del pestaggio, catturato dalle cimici, restituisce una crudeltà inaudita, con i complici che fanno da "muro" per impedire alla vittima di scappare: «Lo abbiamo spaccato... lo abbiamo mandato in ospedale con dieci punti in testa! Con il calcio della pistola... ti giuro che gli abbiamo dato tante di quelle mazzate... poi ho preso un palanchino di quelli che cambiano le gomme e gliel'ho tirato addosso... quando cercava di fuggire, 'Vrasciu' (Filippo Mazzotta) e Marco lo spingevano verso dentro (ride - ndr) e gli ho detto io "non lo toccate"... quanto sangue! Prendo quel palanchino, Bam! Un'altra volta, ancora sangue... uuuh ho detto io... stessa botta, a posto».
«Ti picchio tutti i giorni»: il terrore continuo
L'aggressione non si ferma alla violenza fisica del momento. Idà impone alla vittima un regime di terrore quotidiano, un vero e proprio bando dal territorio: «Gli ho detto: tutte le volte che ti vedo a Soriano o Gerocarne io ti picchio, tutti i giorni... l'ho ammazzato... è andato in ospedale, lo hanno cucito».
Gli accertamenti medici hanno confermato la brutalità del racconto: la vittima ha riportato un grave trauma cranico e contusioni multiple, segni indelebili di una spedizione punitiva che, secondo il GIP Arianna Roccia, dimostra la totale spregiudicatezza di un gruppo criminale che utilizza la violenza efferata come unico linguaggio per lavare presunti affronti personali e riaffermare il proprio dominio mafioso.
Spari contro i rivali e poligoni nella discarica
La violenza del gruppo non risparmiava neanche i simboli dei clan rivali. Il 30 ottobre 2022, un commando composto da Michele Idà e altri sodali è stato intercettato mentre, a bordo di un'Alfa Romeo Stelvio, esplodeva numerosi colpi di arma da fuoco contro un distributore di benzina e un bar appartenenti al Clan Patania, storicamente alleato ai rivali Loielo. L'addestramento alla violenza avveniva in luoghi degradati trasformati in campi di tiro. Gli inquirenti hanno documentato lo spostamento del gruppo in una discarica utilizzata come poligono, dove sono stati esplosi 28 colpi. Anche qui, il commento di Michele Idà riflette l'eccitazione per la potenza di fuoco: «L'hai visto che l'altra volta li buttava tutti... è corto ragazzi, ha una pressione che trema la terra... lo senti il rinculo, è normale».
L'assalto alle Forze dell'Ordine
Il senso di impunità era tale che il gruppo non ha esitato ad aggredire fisicamente persino gli operatori della Polizia Giudiziaria. Il 22 aprile 2022, durante un arresto per droga e armi, Michele Idà, insieme al padre Franco, Marco Idà e Domenico Zannino, ha accerchiato e aggredito i militari per impedire l'arresto di un familiare. Un'azione di forza corale che, secondo il GIP, dimostra la spregiudicatezza e la capacità intimidatoria di una cosca che pretendeva di essere padrona assoluta della strada.
