'Ndrangheta nel Vibonese e l'eredità del male: il passaggio di consegne tra Franco Idà e il figlio Michele
Così un padre ha trasformato il figlio nel braccio armato del clan: dalle lezioni su come riscuotere il pizzo alla gestione dei carichi di droga
L'indagine della Dda di Catanzaro, culminata nell'ordinanza firmata dal GIP Arianna Roccia, apre uno squarcio inquietante sulle dinamiche interne della 'ndrina Emanuele-Idà. Al centro del rapporto tra Franco Idà, detto "Nuccio", e il figlio Michele (classe '97), non vi è solo un legame di sangue, ma un vero e proprio "passaggio di consegne" criminale, dove il genitore agisce come mentore dell'illegalità, spingendo il figlio a scalare i vertici del clan.
Il "maestro" e l'allievo: l'educazione al crimine
Franco Idà, considerato il reggente del clan a causa della detenzione dei fratelli Bruno e Gaetano Emanuele, ha gestito il figlio Michele non come un semplice gregario, ma come il proprio braccio destro operativo. Le intercettazioni rivelano come Michele venisse istruito alla gestione della "bacinella" (la cassa comune del clan) e alla riscossione delle estorsioni.

Emblematica è la conversazione del 2 febbraio 2021, in cui Michele riceve direttive dal padre sulla quota estorsiva da imporre per i lavori eseguiti nel loro territorio: Franco Idà: «Quanto gli hai detto?» > Michele Idà: «Eh... quello che abbiamo detto noi...» > Franco Idà: «Al 3 [...] Percento!». Quella percentuale, il tre per cento, non è un numero a caso, ma la regola ferrea del clan che Michele deve far digerire alle vittime, agendo come volto giovane di una pretesa antica.
È il padre a impartire l'ordine al figlio agendo come terminale esecutivo di una volontà criminale paterna che non ammette repliche.
"Non riesco a dirgli no": il timore reverenziale
Il rapporto è segnato da un profondo timore reverenziale e dalla consapevolezza di Michele di non poter sfuggire al destino tracciato dal padre e dagli zii. In un passaggio chiave delle intercettazioni, Michele descrive i colloqui in carcere con lo zio Bruno Emanuele (informato costantemente da Franco Idà), rivelando la pressione psicologica subita: «Pure che io vorrei dirgli qualcosa... per rispondergli... non mi... ti giuro... niente non riesco a dirgli no».

Il padre Franco, lungi dal proteggere il figlio, lo ha inserito in un meccanismo di violenza e prevaricazione. Michele è stato infatti protagonista di spedizioni punitive e pestaggi, come quello avvenuto sotto la supervisione e il coordinamento logistico della famiglia.
Gestione del narcotraffico e armi
L'influenza del padre è evidente anche nel settore degli stupefacenti. Michele gestisce ingenti carichi di marijuana (fino a 72 kg in una settimana), coordinandosi costantemente con "Nuccio". Il padre non solo avalla queste operazioni, ma interviene direttamente per risolvere crisi interne, come nel caso della sparizione di una partita di droga, organizzando riunioni di vertice a cui il figlio partecipa attivamente. Anche l'uso delle armi fa parte del "bagaglio formativo" trasmesso: Michele viene intercettato mentre maneggia pistole e mitragliette, vantandosi dei colpi esplosi e della propria spregiudicatezza.
Il destino segnato
In questo scenario, il legame padre-figlio viene completamente distorto: la famiglia non è più il luogo della protezione, ma il laboratorio in cui si forgia la nuova generazione di boss, pronti a tutto pur di non deludere l'autorità del genitore e il prestigio criminale della stirpe. Quello che emerge, dunque, è il ritratto di un padre che ha "divorato" il futuro del figlio, arruolandolo in una guerra di potere prima ancora che potesse scegliere chi essere. Franco Idà ha trasformato Michele nel suo specchio: un giovane che, invece di ribellarsi alla violenza degli zii e del padre, ne è diventato il più fedele interprete, chiudendo il cerchio di una dinastia criminale che continua a insanguinare i boschi delle Serre.
