Rinascita, l’imbarazzo di Mantella in aula: “Sono stato un idiota e ho creduto alla ‘ndrangheta”

L’ex boss racconta anche della soffiata di un medico: “Questa sera li arrestano”. Fino alla consapevolezza: “Mi sono rovinato la vita mentre altri ci hanno guadagnato”

Cosa imbarazza un ex boss di ‘ndrangheta, sanguinario, che ha iniziato a fare estorsioni a 13 anni e da minorenne aveva già compiuto diversi omicidi? Difficile da credere, ma la risposta è: i rituali della ‘ndrangheta. Il pentito Andrea Mantella – che prima di iniziare a collaborare con la giustizia nel 2016 è stato un boss di Vibo Valentia arrivato a sfidare il potente clan Mancuso – ha infatti iniziato a raccontare nel maxi processo “Rinascita Scott” degli arresti domiciliari nella clinica “Villa verde”. Una vicenda che vede medici e avvocati che sarebbero coinvolti in un giro di presunte perizie mediche false per far uscire i criminali dal carcere, oggetto di un altro processo (approfondisci QUI). Mantella parla della vicenda con tranquillità, definendola “una barzelletta”: “Mi vado a inventare la depressione su suggerimento di alcuni avvocati, fingo, ricevo le perizie in mio favore ed esco dal carcere, ma questa è una barzelletta. Al quarto piano di Villa Verde stavano i disagiati veramente, i disagiati finti invece al secondo piano”. Lì, spiega, prendeva anche le estorsioni: “Ricevevo una miriade di visite. Ad esempio il Russo, un imprenditore di automobili a Vibo Valentia e pure un avvocato ma non praticante penso, vicinissimo ai Piromalli di Gioia Tauro, un giorno mi ha portato un vassoio di dolci. Ci guardiamo in faccia e mi fece cenno che dentro c’erano delle banconote, io ovviamente prendo i soldi e dico a Lovato ‘mangiati un po’ di dolci che adesso vengo’. E sono andato fuori a parlare con Russo”.

“Sono stato un idiota e c’ho creduto anche io alla ‘ndrangheta”.
A questo punto dell’udienza, però, il pm Annamaria Frustaci chiede al pentito se ci sono stati dei passaggi di dote o dei battesimi all’interno di Villa verde, e che formula è stata usata. Mantella prova a parlare, farfuglia qualcosa, ma è in evidente imbarazzo. Il procuratore chiede di ripetere, non si è capito bene ed è un problema sia per il giudice che per la fonoregistrazione. Mantella ci riprova, ma niente, ammette di essere imbarazzato. Ripete ancora, dopo l’ulteriore invito del pm che specifica che è necessario che il giudice capisca: “Presidente state accorta (state attenta, ndr) – dice allora il pentito riferendosi alla presidente del collegio giudicante, la dottoressa Brigida Cavasino – dicevano ‘buon vespero, saggio compagno, siete conformi… tutte ste cavolate qui’”. “Avete capito presidente, ditemi di si” aggiunge subito dopo, con un tono di voce che supplica di toglierlo dall’imbarazzo. “Erano rituali che fanno comodo alla ‘ndrangheta – spiega – perché io sono stato un idiota e c’ho creduto anche io alla ‘ndrangheta, mi sono rovinato la vita mentre altri ci hanno fatto profitto. Quando ho capito il sistema ho capito che era meglio fare business che chiacchiere, le chiacchiere le lasci agli altri. Ma quelle cavolate lì mi hanno fatto comodo”.

“Devi ferire con un coltellino e bere il suo sangue”.
È questa, forse, la più grande verità emersa nella prima udienza di Andrea Mantella nel maxi processo Rinascita Scott. “Erano rituali che fanno comodo alla ‘ndrangheta”. Le formule, i riti, le doti: tutti elementi che aiutano a mantenere viva e “unita” la manovalanza, il braccio armato dell’organizzazione, ma che ai livelli più alti contano poco. Chi ci nasce in una famiglia di ‘ndrangheta, come ha raccontato anche Emanuele Mancuso, non ha bisogno di riti di affiliazione. Luigi Mancuso, Saverio Razionale, Peppone Accorinti e i tanti altri boss del Vibonese non si curano di queste cose, servono solo per prendere in giro gli “utili idioti” affiliati e guadagnare sulle loro spalle: “Mi sono rovinato la vita mentre altri ci hanno fatto profitto”, ha egregiamente sintetizzato Mantella. Lo stesso ex boss di Vibo sottolinea anche l’assurdità di alcuni rituali, come quando “devi ferire l’altro con un coltellino, dopo di che tu devi baciare, o in un certo senso ti devi bere, il suo sangue”. In ogni caso anche lui ci aveva creduto: “Sono stato battezzato mentre i più grandicelli giocavano a carte e a bocce. Mi è rimasto impresso perché a quei tempi ci credevo“. E già da minorenne aveva ricevuto il grado della “camorra”: “All’inizio quando sei picciotto, per parlare in modo emblematico, devi incendiare le macchine, bruciare negozi, cose di basso profilo. Poi se meriti fai il passaggio della ‘camorra’ e inizi a fare gambizzazioni. Dopo l’omicidio di Michele Neri, ero ancora minorenne, ho ricevuto il grado della ‘camorra’. Anche se – rivendica – il regolamento vuole che chi ha un omicidio, e io ne avevo tre, doveva avere lo ‘sgarro'”.

“Questa sera vi arresteranno”.
E questo “sfruttare” gli “utili idioti” della manovalanza mafiosa è ricavabile anche da un altro passaggio dell’esame di Mantella nell’aula bunker di Lamezia Terme, quando parla dell’operazione “Asterix” scattata nel 2005. “Una sera – ricorda il collaboratore di giustizia – vado a cena a Pizzo con Francesco Fortuna e Domenico Bonavota. Avevano nelle mani Luciano, un dottore che era in stretti rapporti con il procuratore di Vibo. Vado lì e mi dicono ‘ci ha riferito Luciano che questa sera vi arresteranno’. Poi ricevo la chiamata di Paolino Lo Bianco, che mi chiama e mi dice ‘vieni alla paninoteca di Rocco’, quella nelle vicinanze del tribunale vecchio a Vibo. Quella notte vado lì, lo vedo tutto triste e mi dice ‘mannaggia… ci arrestano’ (in quel momento gli scappa una bestemmia in aula, venendo ripreso dal pm che lo invita a fare attenzione al linguaggio, ndr). ‘Io stanotte non posso andare, ma domani mattina intervengo con mio padre e con i Mancuso e vediamo se ci possiamo salvare io e te, che ti frega che arrestano i ragazzini”. Se servono per fare estorsioni, danneggiamenti, rapine, allora li sfruttano, magari anche prendendoli in giro e facendoli sentire importanti. Quando il momento diventa serio, però, allora pensano solo a se stessi, come fanno sempre. In fondo l’arroganza e l’egoismo degli ‘ndranghetisti sta tutta in quella frase là: ”Che ti frega che arrestano i ragazzini”.

Sto facendo più carcere da collaboratore di giustizia che da mafioso“.
In quell’occasione, poi, non riuscirono a trovare gli “agganci” per sistemare l’inchiesta della Procura. E così “dopo uno-due giorni Paolino Lo Bianco torna e mi dice che non si può fare niente“. Mantella decide allora di giocare d’anticipo e rendersi irreperibile: “Io già non dormivo a casa, da quel momento sono diventato latitante prima ancora di essere ricercato“. “Sto facendo più carcere da collaboratore di giustizia che quanto ne ho fatto da mafioso“, ci tiene a precisare. Evidenziando come sia sempre riuscito a uscire di prigione: “Dal 2003 ho avuto tanti provvedimenti, ma: per l’operazione ‘Asterix‘ da marzo 2005 fino a febbraio 2006 ero latitante; poi vengo arrestato ma a settembre del 2006 vado ai domiciliari. Nel 2007 sono coinvolto in ‘Nuova alba‘, ma anche in quel caso dopo un annetto vado ai domiciliari. Poi dal 2008 al 2011 sono stato sempre libero. Insomma: dal 2001 al 2011 sarò stato in carcere quanto, forse 2 anni“.

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