Il boss non va in pensione e finisce in carcere per estorsione. Così Antonio Mancuso “vessava” un imprenditore vibonese

Un’odissea lunga otto anni terminata grazia all’intervento dei Carabinieri. L’anziano boss in manette a 81 anni insieme al nipote. Ecco chi sono gli altri cinque indagati

Trae origine dalla denuncia di un imprenditore l’operazione che all’alba di oggi ha portato al fermo dell’anziano boss Antonio Mancuso, 81 anni, di Nicotera, pluripregiudicato e ritenuto elemento di vertice dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta. Con lui è finito in manette anche il nipote Alfonso Cicerone, 45 anni, già noto alle forze dell’ordine e considerato un suo sodale. Entrambi sono accusati in concorso di estorsione e usura aggravata dal metodo mafioso. Ad incastrarli il coraggio di un imprenditore di Nicotera, titolare di una tabaccheria e di un negozio di arredamenti, che, esasperato dalle continue minacce e dalle vessazioni subite nel corso degli anni, ha deciso di rivolgersi ai Carabinieri e di raccontare l’incubo in cui era finito dopo l’acquisto di un immobile.

Il boss non va in pensione. Classe ’38, esponente di spicco della cosiddetta “generazione degli 11” dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta egemone in provincia di Vibo Valentia, Antonio Mancuso, già condannato in via definitiva nel processo “Dinasty” per associazione mafiosa ed imputato in “Black Money” ancora in corso dinnanzi alla Corte d’Appello di Catanzaro, torna dunque in carcere a 81 anni. Per i Carabinieri della Compagnia di Tropea sarebbe elemento apicale della consorteria ‘ndranghetistica operante nel territorio nicoterese, nonché il “fulcro” dell’attività investigativa che ha portato a fare luce sull’estorsione perpetrata ai danni dell’imprenditore di Nicotera. L’inchiesta tende ad attualizzare la “pericolosità sociale” di Antonio Mancuso che per gli inquirenti, nonostante l’età, continuerebbe a gestire in prima persona gli affari illeciti di una parte della potente “famiglia” di Limbadi notoriamente suddivisa in diverse articolazioni. Nel febbraio del 2017 era stato scarcerato e sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per mafia.




Due fermi e cinque indagati. I fermi, disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro diretta dal procuratore Nicola Gratteri, sono stati necessari perché nel frattempo è emerso un chiaro pericolo di fuga da parte degli indagati. Così si è deciso di anticipare i tempi e di intervenire subito, anche a tutela della vittima che da otto anni viveva una vera e propria odissea. Antonio Mancuso e Alfonso Cicerone sono quindi finiti in carcere mentre altre cinque persone sono indagate a piede libero. Si tratta di Giuseppe Cicerone, 88 anni; Salvatore Gurzì, 34 anni; Andrea Campisi, 37 anni; Rocco D’Amico, 38 anni; Francesco D’Ambrosio, 39 anni, tutti di Nicotera e, a vario titolo, coinvolti nella vicenda.

La denuncia. Nel maggio scorso, l’imprenditore vessato dalle pesanti richieste estorsive, ha deciso di raccontare tutto agli inquirenti. Da qui è partita un’indagine lampo fatta di pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali portata avanti dai Carabinieri della Compagnia di Tropea con l’ausilio dei militari della Stazione di Nicotera. In poche settimane gli investigatori hanno riscontato quanto sostenuto dalla vittima. La sua odissea era iniziata otto anni prima, esattamente nel maggio del 2011, con l’acquisto di un immobile composto da due piani fuori terra a Nicotera. Valore dell’investimento: 400 mila euro. Metà dell’importo veniva immediatamente consegnato mentre per la quota restante si stabilivano dazioni periodiche senza termini temporali. I problemi per l’imprenditore iniziavano subito dopo il perfezionamento della compravendita e il pagamento della prima parte dell’importo. I venditori iniziavano ad avanzare in maniera in maniera sempre più minatoria le richieste della consegna del denaro. Davanti alla risposte evasive del loro debitore si sarebbero quindi rivolti ad esponenti vicino ad Antonio Mancuso per avere quanto pattuito e recuperare il credito.

Le intercettazioni. Un incubo destinato ad aggravarsi con l’entrata in scena dell’anziano boss, temuto e rispettato. Quel credito veniva rilevato proprio da lui e all’imprenditore veniva comunicato che le erogazioni di denaro sarebbero dovute finire nelle mani dello “Zio Antonio”, al secolo Antonio Mancuso. A farsi da intermediario delle minacce sarebbe stato proprio Alfonso Cicerone, il nipote del boss. La situazione precipitava nel momento in cui la vittima pattuiva la cifra di cinquemila euro ogni trimestre senza riuscire però a corrispondere il denaro. Così le minacce si facevano sempre più esplicite e con esse arrivava anche l’ordine di chiusura dell’attività commerciale: “Non aprire la serranda che mi incazzo” urlava con toni minacciosi Cicerone, il quale consigliava la vittima di chiedere un prestito usuraio al Mancuso per ripianare i debiti. Un inferno per l’imprenditore per una vicenda senza soluzioni. Le “pressioni” diventavano insostenibili e le minacce sempre più costanti: “Hai preso per il culo mio zio Antonio! Entro domenica mi devi dare i soldi e martedì se non mi vuoi dare i soldi devi stare chiuso!” intimava con tono minaccioso Alfonso Cicerone, determinato secondo l’accusa a passare alle vie di fatto e a “pestare” la vittima. Antonio Mancuso avrebbe poi preteso i cinquemila euro periodici quale affitto del locale (in realtà di proprietà della vittima dell’estorsione) ma anche tassi di interesse del 10% mensile sull’insoluto. Un incubo terminato con la denuncia ai Carabinieri che hanno registrato tutto e “liberato” il coraggioso imprenditore dalle perverse logiche della ‘ndrangheta.

Udienza di convalida. Difeso dall’avvocato Giuseppe Di Renzo, Antonio Mancuso è comparso dinnanzi al gip del Tribunale di Vibo per l’udienza di convalida del fermo. L’uomo ha respinto tutte le accuse rispondendo alle domande del giudice che si è riservato la decisione attesa nelle prossime ore. Il suo avvocato ha chiesto la scarcerazione.

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