'Ndrangheta: omicidio Di Leo nel Vibonese, pm chiede incidente probatorio
La Dda chiede al gip di cristallizzare la prova del Dna che ha portato in carcere Francesco Fortuna, ritenuto uno degli esecutori del delitto avvenuto all'interno del clan Bonavota
Il pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, ha avanzato al gip distrettuale richiesta di incidente probatorio in relazione all'esame del Dna che avrebbe consentito dopo 12 anni di fare luce sull'omicidio di Domenico Di Leo (alias ",Mico u Catalanu"), ritenuto dagli inquirenti un componente del clan Bonavota con il ruolo di "braccio armato". La richiesta di incidente probatorio serve alla pubblica accusa per "cristallizzare" la prova già durante la fase preliminare e prima dell'apertura del dibattimento. Imputato del delitto è Francesco Fortuna, 36 anni, di Sant’Onofrio, arrestato il 14 gennaio scorso nell’ambito di un’inchiesta della Dda che lo indica come uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Domenico Di Leo, ucciso nella notte del 12 luglio 2004 da numerosi colpi di kalashnikov e fucili.

I poliziotti della Squadra Mobile e della Squadra Volante e Divisione Anticrimine della Polizia Scientifica di Vibo Valentia, nell’immediatezza dell’agguato procedettero al sequestro della Fiat Uno risultata rubata a Pizzo la sera precedente all’agguato e successivamente abbandonata e data alle fiamme. Il veicolo, tuttavia, per cause indipendenti dalla volontà degli autori, rimase solo parzialmente incendiato e detta circostanza ha consentito di rinvenirvi all’interno, in ottimo stato, un fucile automatico calibro 12, modello “special 80” marca Benelli e un fucile Kalashnikov, completo di caricatore. Sempre in buono stato di conservazione, all’interno dell’autovettura, sono state poi rinvenute e repertate due bottiglie in plastica, quattro guanti in lattice monouso e due maniche di lana di colore blu.
Su detti reperti sono stati svolti accertamenti con indagini biologiche, affidati ai laboratori di biologia della polizia scientifica. Ulteriore consulenza tecnica era stata affidata per l’esaltazione delle impronte papillari latenti, esaltate a bordo della Fiat “Uno”.
Attraverso la consulenza scientifica dei carabinieri del Ris di Messina sono stati quindi venivano eseguiti gli esami comparativi che tuttavia davano esito negativo.

La svolta nelle indagini. Arriva attraverso la relazione di indagini biologiche effettuata nell’ambito di un procedimento penale trattato dalla Procura di Vibo. Vengono così individuati due profili genotipici riconducibili a soggetti di sesso maschile che hanno avuto un “ruolo attivo” nella commissione del grave fatto di sangue, perché le relative tracce sono state rinvenute nei guanti in lattice utilizzati. La polizia giudiziaria ha quindi proceduto ad acquisire, “in modo occulto ma legittimo”, diversi profili biologici di soggetti appartenenti o vicini al sodalizio dei Bonavota che potevano aver preso parte all’agguato, per la successiva comparazione. Tale attività di polizia veniva eseguita su Francesco Fortuna ed altri quattro soggetti, tre di Sant’Onofrio ed uno di Vibo Valentia. All’esito, gli investigatori ritengono di avere prove solide nei confronti di Francesco Fortuna. In particolare sono le tracce di dna rinvenute su quattro guanti in lattice a “inchiodare” Francesco Fortuna. Le analisi hanno consentito di isolare un dna che, comparato con il profilo genotipo dell’indagato, ha dato “completa sovrapponibilità”. (g.b.)
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