Battuta d'arresto nelle aule di giustizia per il maxiprocesso d'appello “Reset”, l'imponente filone giudiziario nato dall'inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Catanzaro contro le costole della criminalità organizzata di Cosenza. L'udienza odierna, che avrebbe dovuto far entrare nel vivo il secondo grado di giudizio, si è conclusa con un rinvio tecnico a causa di una fitta serie di questioni preliminari sollevate dal collegio difensivo.
​Lo scontro formale sui depositi telematici
​Al centro della strategia degli avvocati degli imputati c'è un presunto vizio di forma che potrebbe minare alla base il ricorso della pubblica accusa. La difesa ha infatti eccepito l'inammissibilità dell'atto di appello presentato dal pubblico ministero: secondo i legali, il documento sarebbe stato trasmesso tramite canali ordinari ma risulterebbe privo delle necessarie attestazioni di avvenuto deposito sul portale telematico ministeriale. Sullo sfondo, i difensori hanno agitato anche lo spettro di una possibile nullità della sentenza di primo grado.
​Oltre ai nodi burocratici, la difesa punta a rimettere in discussione il materiale probatorio, chiedendo formalmente la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale. Nello specifico, è stata avanzata la richiesta di riportare sul banco degli testimoni quattro noti collaboratori di giustizia: Anna Palmieri, ​Luca Pellicori, ​Giuseppe Zaffonte e ​Francesco Greco (detto “Checco”)
​Proprio sulla figura di quest'ultimo si è concentrata l'istanza dell'avvocato Fiorella Bozzarello. Il legale ha eccepito la violazione del diritto di difesa, facendo presente che durante la precedente escussione del pentito era stata impossibilitata a partecipare a causa di un legittimo impedimento, essendo contemporaneamente impegnata davanti alla Corte di Cassazione. La parola passa ora ai giudici, che dovranno sciogliere la riserva sulle eccezioni presentate prima di poter dare nuovamente il via al processo.