‘Ndrangheta, omicidi pianificati e nuovi equilibri nei clan: le rivelazioni di quattro pentiti (NOMI e DETTAGLI)
Dalle confessioni sui ricavi dell'eroina ai piani di morte sventati: i collaboratori di giustizia delineano la nuova mappa del crimine
Il Palazzo di Giustizia di Cosenza si prepara a un passaggio chiave del processo "Recovery". Il prossimo 6 maggio, il collaboratore di giustizia Giuseppe Zaffonte deporrà in videocollegamento davanti alla Corte d’Assise per svelare i segreti della 'ndrangheta locale. Zaffonte, pentito dal 2019 con un passato nel narcotraffico, ha recentemente descritto i suoi riti di affiliazione avvenuti tra le mura del carcere.
Le recenti udienze hanno già offerto uno spaccato inquietante sulla gestione dello spaccio, grazie alla testimonianza di Celestino Abbruzzese, alias "Micetto". Per diciassette anni, il suo clan avrebbe detenuto il monopolio assoluto dell'eroina nell'hinterland cosentino. L'eroina, acquistata a 18 euro al grammo, veniva rivenduta a 40 euro. La "polvere bianca" arrivava ai pusher per 40-50 euro e raggiungeva i consumatori anche a 100 euro al grammo. La droga giungeva dai potenti clan della Sibaritide e di Rosarno, oltre che dai canali gestiti dal gruppo degli "Italiani".
Un contributo decisivo è arrivato da Ivan Barone, pentitosi dopo l'operazione "Reset" del 2022. Barone ha scardinato la tesi di due famiglie rom indipendenti, sostenendo che i gruppi di Cosenza e Cassano allo Jonio operassero come un sodalizio unitario sia nel traffico di stupefacenti che nelle dinamiche mafiose.
Il racconto dei pentiti tocca anche la scia di sangue che ha segnato la città. Luciano Impieri, oggi diacono, ha ripercorso il clima di terrore vissuto dopo l'omicidio di Luca Bruni, ammettendo di essersi schierato con il gruppo Rango-Zingari solo per timore di rappresaglie.
Dalle sue dichiarazioni emergono inquietanti retroscena su omicidi pianificati e mai portati a termine. Daniele Lamanna sarebbe stato condannato a morte per un semplice "capriccio" del boss Maurizio Rango. Antonio Abbruzzese, nel mirino per un ammanco di 170mila euro, si salvò solo perché, informato dai parenti, cambiava continuamente le sale giochi che frequentava. Roberto Porcaro, ex reggente degli "Italiani", rischiò la vita dopo aver rotto gli equilibri con gli altri clan; un piano per eliminarlo fu discusso ma mai attuato.
Infine, la testimonianza di Checco Greco, ex braccio destro dello stesso Porcaro, ha confermato l'esistenza di "bacinelle" (casse comuni) separate tra le diverse fazioni, nonostante la collaborazione economica nei traffici di cocaina e hashish.
