L'ordigno piazzato sotto la vettura di Nicola Ciconte sarebbe stato  innescato con un congegno a distanza. Il precedente del 2013 e il progetto di uccidere Moscato

di MIMMO FAMULARO

Sarebbe stata innescata a distanza con un radiocomando la bomba che ha lacerato il polpaccio destro di Nicola Ciconte, il 28enne di Sorianello, obiettivo di un vero e proprio attentato dinamitardo avvenuto lunedì mattina poco dopo le undici. Con il passare delle ore emergono nuovi dettagli sull'agguato al quale il giovane residente nella frazione di Savini è miracolosamente sfuggito per una serie di circostanze a lui favorevoli.

L'attentato. Gli investigatori tendono ad escludere che l'ordigno fosse collegato all'accensione dell'Opel Astra di proprietà di Ciconte, parcheggiata proprio sotto la sua abitazione in via Nazionale. Chi ha piazzato la bomba, probabilmente, lo ha fatto in fretta nel corso della notte collocandola sotto la vettura, all'altezza del sedile di guida. Poi ha atteso che il 28enne uscisse di casa e quando è salito sull'auto ha attivato il congegno facendo esplodere l'ordigno. A salvare Ciconte è stata una pura fatalità: lo sportello dell'auto è infatti rimasto aperto e ciò ha ridotto gli effetti dell'esplosione. Il giovane ha appena fatto in tempo ad accendere il quadro dell'auto. Ora si trova sempre ricoverato all'ospedale di Catanzaro, ma è fuori pericolo e, probabilmente, i sanitari riusciranno a salvargli la gamba.

Quel precedente del 2013. Non è la prima volta che nella faida che sta insanguinando le Preserre vibonesi spuntano le bombe. C'è un caso giudiziario piuttosto recente che torna d'attualità ed è la storia di un attentato sventato dalla polizia il 23 febbraio del 2013. Quel giorno due giovani, Rinaldo Loielo di Gerocarne e Filippo Pagano di Soriano sono stati fermati in località “Serricella” nel Comune di Rosarno. Nel bagagliaio della loro auto avevano nascosto una bomba di oltre due chili e mezzo, capace di far saltare un intero palazzo ed innescabile a distanza con un radiocomando. Secondo quanto emerso nel corso del processo, quell'ordigno sarebbe stato ceduto a Loielo dal boss Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, allo scopo di alimentare lo scontro armato tra i Loielo e gli Emanuele. Rinaldo Loielo è figlio di Giuseppe Loielo, assassinato all’età di 46 anni insieme al fratello Vincenzo, 44 anni, nella cosiddetta “strage di Ariola” dell'aprile del 2002.

raffaele moscato

L'obiettivo era Moscato. Da uno dei colloqui intercettati in un bar di Nicotera Marina, ritenuto la “base operativa” dell’articolazione del clan Mancuso facente capo al boss Pantaleone Mancuso (Scarpuni), sarebbe emerso il proposito della collocazione nottetempo dell’ordigno esplosivo rinvenuto sull’auto di Loielo e Pagano, all’interno del veicolo in uso alla vittima designata, Raffaele Moscato, all’epoca latitante ed ora collaboratore di giustizia, che doveva saltare in aria attraverso l’ausilio di un telecomando a distanza.

Le condanne. L'iter giudiziario si è chiuso pochi mesi fa con la condanna definitiva ad otto anni di carcere per Rinaldo Loielo e Filippo Pagano mentre per la detenzione dell’ordigno esplosivo, Pantaleone Mancuso è stato condannato dal Tribunale collegale di Vibo Valentia alla pena di 6 anni ed 8 mesi.

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