di MIMMO FAMULARO

Un messaggio dalle modalità "terroristiche" che non sarebbe piaciuto ad una parte del clan Mancuso. E' questo uno degli aspetti salienti che emerge nelle oltre duecento pagine che costituiscono il provvedimento di fermo che fa luce sull'autobomba di Limbadi e che ha portato all'arresto di sei esponenti dalla famiglia Di Grillo-Mancuso. Un attentato che, oltre ad allarmare un'intera comunità, avrebbe creato una frattura all'interno della potente cosca di Limbadi, già divisa in varie articolazioni.

Le condoglianze dei Mancuso. A pochi giorni dall'attentato a casa di Rosaria Scarpulla, la madre di Matteo Vinci, il biologo di 42 anni dilaniato dalle fiamme della Ford Fiesta fatta saltare in aria nelle campagne di Limbadi lo scorso 9 aprile, si sarebbero infatti recati alcuni stretti familiari dei Mancuso e, in particolare, la figlia e la moglie di Giovanni Mancuso e la coniuge convivente di Luigi Mancuso. Non due Mancuso qualsiasi ma addirittura i vertici di quella che viene ritenuta l'ala più influente e più potente della famiglia di Limbadi. E' il 14 aprile e le tre donne vanno in avanscoperta a casa dei Vinci. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riferito dalla stessa Scarpulla, una delle tre le sussurra all'orecchio: "Ricevi le condoglianze della mia famiglia e vedi che io e la mia famiglia ci dissociamo da questa storia. Noi non sapevamo niente, altrimenti non lo avremmo permesso". Poi, la stessa donna chiede: "Qualcuno vorrebbe venire a darti le condoglianze ma tu li cacci? Perché non stanno venendo che altrimenti tu li cacci e sembra male". Atali domande la Scarpulla avrebbe risposto che non aveva problemi ad accoglierli "purché ciò avvenisse in maniera chiara e cristallina, ossia senza compromessi". Nella circostanza le donne dei Mancuso recatisi a casa dei Vinci per porgere le condoglianze avrebbero comunicato anche la loro intenzione a partecipare alla fiaccolata prevista proprio per quella serata.




L'incontro con Luigi Mancuso. Nel pomeriggio di sabato 14 aprile nell'abitazione della Scarpulla sia sarebbe recato proprio Luigi Mancuso, il boss libero dal luglio del 2012 dopo aver scontato 19 anni di carcere, che le avrebbe riferito testualmente: "Mannaia cu sti cognomi! Ma è mai possibile questa cosa?". Secondo i carabinieri il boss, considerato il numero uno della famiglia, intendeva dire che i giornalisti lo assalivano e che per colpa di quel cognome erano nell'occhio del ciclone. A tali affermazioni la Scarpulla avrebbe risposto che due Mancuso (ossia Rosaria e Salvatore) erano in effetti implicati negli agguati perpetrati contro il marito Vinci (ossia quelli del 2014 e del 2017) insieme a Vito Barbara e ai Di Grillo. A tal proposito Luigi Mancuso avrebbe risposto che con tanti dei suoi parenti non aveva più rapporti da tempo e che nel suo periodo di detenzione molti di loro non erano andati nemmeno a trovarlo. La Scarpulla avrebbe chiesto a Mancuso anche se intendesse partecipare alla fiaccolata organizzata in favore del figlio Matteo ma egli avrebbe declinato l'invito riferendo che non avrebbe potuto partecipare per via della gogna mediatica e che tuttavia in sua rappresentanza avrebbero certamente partecipato dei membri della sua famiglia. "Cosa che poi - annotano gli inquirenti - è effettivamente avvenuta.

La 'benedizione' di Antonio Mancuso. Quanto accaduto il 9 aprile avrebbe creato dei problemi tra Rosaria Mancuso e parte della famiglia del fratello Giuseppe, alias "Peppe 'mbrogghia!" (attualmente detenuto). I carabinieri captano un dialogo tra la donna e il nipote Domenico Mancuso. Rosaria lamenta che le figlie di suo fratello non le rivolgevano più neanche la parola da quando "è successo". Una frase che - secondo gli inquirenti - si riferiva con ogni probabilità all'esplosione dell'autobomba. La Mancuso ricordava al nipote di aver sofferto per il trascorso giudiziario del fratello Giuseppe, subendo anche perquisizioni notturne da parte delle forze dell'ordine e di non essersi mai lamentata, anzi, di esserne sempre andata orgogliosa. Per tale motivo non riusciva a spiegarsi quel comportamento delle nipoti che riteneva "ingiusto". Rosaria Mancuso si sfogava con Domenico esternando un certo stupore per la situazione non riuscendo a trovare una motivazione di tali atteggiamenti posti in essere dai nipoti "anche in considerazione del fatto - scrivono gli inquirenti nel provvedimento di fermo -  che prima di realizzare l'azione delittuosa, la donna per sua stessa ammissione si era recata da Antonio Mancuso, classe '38 (zio di Rosaria in quanto fratello minore del defunto padre Domenico classe '27), per ricevere la 'benedizione'". Per i carabinieri il termine 'benedizione' simboleggia il benestare con il quale Antonio Mancuso avrebbe dato il proprio consenso al compimento della grave azione portata a termine dalla famiglia "dimostrando - aggiungono - di ricoprire un ruolo verticistico all'interno della consorteria e per tale motivo, stando al pensiero espresso dalla stessa Rosaria Mancuso, tutti i componenti della famiglia avrebbero dovuto accettare la decisione intrapresa".

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