L'autobomba a Limbadi e le intercettazioni che "inguaiano" gli indagati (FOTO-VIDEO)
Omicidio aggravato dai motivi abietti e futili oltreché dalle modalità mafiose. Sono questi alcuni dei reati contestati a vario titolo dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro a Rosaria Mancuso, al genero Vito Barbara e alla moglie Lucia Di Grillo, tutti di Limbadi e accusati di essere gli ideatori dell'autobomba costata la vita il 9 aprile scorso a Matteo Vinci con il ferimento del padre Francesco tuttora ricoverato in ospedale a Palermo.
Il movente. Dietro l'attentato dinamitardo ci sarebbe un fazzoletto di terreno "preteso" dai Di Grillo-Mancuso con una serie di minacce, intimidazioni ed aggressioni perpetrate ai danni dei coniugi Vinci-Scarpulla in più occasioni tra il 2014 ed il 2017. Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla però non ha mai ceduto alle richieste estorsive e l'escalation di violenza è così culminata - secondo le ricostruzioni dei carabinieri - nell'attentato dello scorso 9 aprile. L'estorsione aggravata dalle modalità mafiose viene contestata in particolare al marito di Rosaria Mancuso, Domenico Di Grillo, al genero Vito Barbara, alla moglie di quest'ultimo Lucia Di Grillo ed, ancora, a Rosina Di Grillo, Rosaria e Salvatore Mancuso, tutti destinatari del provvedimento di fermo eseguito dai carabinieri nel corso della notte.
Tentato omicidio. L'inchiesta ha dunque fatto luce su un'altra aggressione subita da Francesco Vinci, quella del 30 ottobre del 2017 quando sarebbe stato ridotto in fin di vita con un'ascia ed un forcone da Domenico Di Grillo e Vito Barbara, sotto l'incitamento di Rosaria Mancuso che avrebbe invitato i congiunti ad uccidere il vicino di terreno gridando "Ammazzatelo! Ammazzatelo!". Per questo motivo la Dda contesta a Di Grillo e Barbara anche il reato di tentato omicidio. Gli altri reati contestati fanno invece riferimento al rinvenimento di una serie di armi (fra revolver, fucili e munizioni) a Limbadi ritenute nella disponibilità dei Mancuso-Di Grillo.
Le intercettazioni. In poco più di due mesi i carabinieri hanno dunque individuato i presunti mandanti e, forse, esecutori dell'eclatante attentato che ha sconvolto un'intera comunità. A rendere solido l'impianto accusatorio sono una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali che il Nucleo investigativo dei carabinieri e gli 007 del Ros di Catanzaro hanno raccolto nel corso di queste settimane di duro lavoro investigativo. In particolare agli atti dell'inchiesta sono finite una serie di intercettazioni che riguardano Vito Barbara e la moglie Lucia Di Grillo. I due, nelle intercettazioni, si lasciano andare a riferimenti alle indagini dei carabinieri ed alla scorta invocata dall'avvocato della famiglia Vinci per Rosaria Scarpulla. Dalle intercettazioni Vinci viene definito "un cancro" e Barbara esprime soddisfazione per la gravi ferite riportate dall'uomo nell'attentato. I carabinieri guidati dal maggiore Valerio Palmieri li "marcano ad uomo" e vengono definiti dagli indagati "cani". Si rammaricano che a causa della presenza dei "cani (i carabinieri) non possono più procedere a 'pulizzarli', cioè a toglierli di mezzo. Dichiarazioni "auto-confessorie", per gli inquirenti, anche laddove i due fermati fanno cenno anche al precedente violento pestaggio di Francesco Vinci, avvenuto il 30 ottobre 2017, e che sono per puro caso non si è tramutato in omicidio. Emerge tra l'altro la crudeltà ed il rammarico dello stesso genero di Rosaria Mancuso per non aver portato a compimento l'omicidio di Francesco Vinci perché fermato dagli altri suoi familiari. Preziose le dichiarazioni fornite agli inquirenti da Rosaria Scarpulla, la mamma della vittima, che ricostruisce nel dettaglio lo scenario in cui sono maturati le minacce, l'aggressione e l'attentato indicando i presunti colpevoli e il movente.
L'autobomba. Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, quel drammatico 9 aprile Matteo Vinci e il padre si sono recati nella loro campagna intorno alle 13:30 per effettuare dei lavori, parcheggiando, la Ford Fiesta nel piazzale antistante il loro terreno. Tra le 13:30 e le 15:15 viene posizionata, secondo gli investigatori, sotto al pianale della macchina una carica esplosiva di tipo artigianale, composta da polvere nera – materiale sul quale sono ancora in corso degli accertamenti da parte dei Ris. Quando l’auto riparte, dopo 80 metri la carica esplode attivata con un radio comando. "Le indagini ci danno un quadro investigativo secondo cui – spiega il colonnello Gianfilippo Magro – i mandanti dell’attentato sono Rosaria Mancuso, il genero Vito Barbara, la moglie di Barbara il quale è anche l’organizzatore dell’omicidio. Nella componente del gruppo dei mandanti, analizzando il ruolo dei singoli, emerge che un ruolo di primo piano è svolto da genero e suocera che rivelano un ruolo di leadership da parte, di primo piano nell’omicidio di Vinci ma, in genere anche nell’accanimento della famiglia Mancuso-Di Grillo nei confronti dei Vinci". Un omicidio che per gli inquirenti sarebbe stato pianificato nei minimi dettagli da Barbara sia dal punto di vista operativo che nel tentativo di crearsi un alibi. E ad un certo punto, lui e i suoi familiari, pensavano di averla anche scampata, tant'è che Barbara consigliava alla suocera Rosaria Mancuso di evitare di querelare per diffamazione Rosaria Scarpulla che li aveva accusati: "Vorreste essere pagata - le dice stizzito -. Voi dovete ringraziare Dio che sono qua libero". Ora è in carcere a Vibo e rischia di rimanerci a lungo.
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