Ergastolano calabrese gravemente malato, la Cassazione impone una nuova valutazione sul diritto alle cure
La Suprema Corte accoglie il ricorso del detenuto calabrese e richiama i giudici a verificare la compatibilità tra le condizioni di salute e il regime carcerario, nel rispetto dei principi costituzionali di dignità e tutela sanitaria
Il diritto alla salute non può essere compresso neppure quando riguarda persone condannate per i reati più gravi. È questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione, che ha accolto il ricorso presentato da un detenuto calabrese condannato all'ergastolo, disponendo un nuovo esame della sua situazione sanitaria.
La vicenda riguarda N.C., originario della provincia di Reggio Calabria, detenuto dal febbraio 2012 e destinatario di un provvedimento di cumulo delle pene emesso nel 2018. L'uomo sta scontando l'ergastolo nella casa di reclusione di Tempio Pausania, in Sardegna, dove nel corso della detenzione avrebbe sviluppato una grave patologia cronica.
Secondo quanto emerge dagli atti, il quadro clinico sarebbe particolarmente complesso. La malattia, infatti, sarebbe in fase attiva, resistente alle terapie di prima linea e caratterizzata da frequenti riacutizzazioni, condizioni che hanno spinto la difesa a chiedere una rivalutazione della compatibilità tra lo stato di salute del detenuto e il regime carcerario.
La Suprema Corte ha ritenuto fondati i motivi del ricorso, evidenziando come la tutela della salute rappresenti un diritto fondamentale riconosciuto dall'ordinamento e debba essere garantita anche nei confronti di chi è stato condannato per delitti di estrema gravità, compresi quelli di stampo mafioso o gli omicidi.
La decisione non incide sulla responsabilità penale né sulla condanna definitiva dell'ergastolano, ma impone ai giudici competenti un nuovo approfondimento sulle sue condizioni cliniche e sulla possibilità di assicurargli cure adeguate, verificando se la permanenza in carcere sia compatibile con l'evoluzione della patologia.
Il pronunciamento della Cassazione si inserisce nel consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui l'esecuzione della pena deve sempre rispettare i principi costituzionali di umanità e tutela della dignità della persona, anche quando il detenuto è stato riconosciuto colpevole di reati di eccezionale allarme sociale.
