Non sono solo mattoni, banchine e scafi. Dietro i numeri imponenti che Francesco Cascasi, guida della "Cadi Srl", ha messo nero su bianco in una durissima lettera inviata all’Autorità di Sistema Portuale di Gioia Tauro, alla Prefettura e al Comune di Vibo Valentia, c’è l’idea stessa di futuro di un intero territorio. La posta in gioco è una di quelle che farebbero tremare i polsi a qualsiasi amministratore: un investimento complessivo di 27 milioni di euro, di cui 7 già spesi, e una ricaduta occupazionale stimata tra gli 80 addetti diretti e le 200 unità complessive con l’indotto. Eppure, questo colosso dello sviluppo turistico integrato rischia di trasformarsi nell'ennesima incompiuta del Mezzogiorno, soffocato da quello che l'imprenditore definisce un "affaticamento burocratico" che sa di ostruzionismo.

Un'attesa infinita lunga 26 anni

La vicenda ha i tratti di un'odissea amministrativa. Dopo essere riuscito a ottenere una condanna del Comune a un risarcimento di 3,2 milioni per i ritardi passati, Cascasi si ritrova oggi, ad aprile 2026, con le opere avviate ma i motori spenti. Il "Marina Resort", cuore pulsante dell'iniziativa, ha ottenuto una concessione demaniale cinquantennale nel 2023, ma l'iter autorizzativo per l'aggiornamento tecnologico del progetto è incagliato in una conferenza dei servizi che sembra non voler finire mai. "Non ci sono modifiche di volumi o parametri urbanistici", tuona l'imprenditore, spiegando che i cambiamenti riguardano solo sicurezza e ambiente, ma il silenzio delle istituzioni continua a produrre danni economici pesanti, aggravati dall'aumento dei costi delle materie prime.

Il paradosso delle strutture pronte

La fotografia dell'area portuale è desolante per chi guarda allo sviluppo: il cantiere nautico della "C&C Impianti" è ultimato ma impossibilitato a operare; un albergo è pronto per accogliere i turisti ma resta chiuso; un secondo hotel è appaltato ma i lavori sono fermi. Il nodo del contendere è la cosiddetta "banchina Fiume". Il prolungamento di 15 metri dello specchio d'acqua, realizzato dall'Autorità Portuale, ha cambiato le carte in tavola. Senza la concessione di quella striscia di mare antistante, le operazioni di alaggio e varo per imbarcazioni fino a 30 metri diventano impossibili, rendendo inutili gli oltre 3,5 milioni di euro già investiti in macchinari e capannoni. Il parere negativo dell'Autorità Portuale, arrivato nonostante il placet di tutti gli altri enti, ha spinto Cascasi a ricorrere nuovamente alla giustizia amministrativa.

La guerra tra turismo e petrolio

Ma la battaglia non è solo tecnica, è politica. Sullo sfondo si staglia l'ingombrante presenza del deposito costiero della "Meridionale Petroli". Il contrasto tra la vocazione turistica del porto e l'insediamento industriale del 1956 è arrivato al punto di rottura. Cascasi denuncia il rischio di chiusura dello stabilimento balneare e ristorante "La Rada", che dà lavoro a 18 persone, a causa delle restrizioni di accesso su via Vespucci.

Le indiscrezioni su un imminente aggiornamento del Piano di Emergenza Esterno della Prefettura agitano i sonni di residenti e commercianti: l'ipotesi è quella di chiudere il lungomare o limitarlo drasticamente per garantire la sicurezza del deposito industriale e il passaggio dei mezzi di soccorso in caso di incidente rilevante. "Via Vespucci deve restare ad uso pubblico come previsto dai piani spiaggia", ricorda l'imprenditore, contestando la scelta di sacrificare lo sviluppo turistico sull'altare di una concessione petrolifera che mal si concilia con l'abitato circostante.

L'appello alle istituzioni

Nella sua missiva, Cascasi non chiede solo lo sblocco dei cantieri, ma una scelta di campo definitiva. Vibo Marina può essere un polo del diportismo d'eccellenza, con i suoi Resort e i cantieri di refitting, o deve restare un'area di servitù industriale? Con un finanziamento Invitalia già approvato (che coprirebbe il 60% dell'investimento a fondo perduto), perdere questo treno significherebbe condannare l'area a un declino irreversibile. La palla passa ora alla politica e agli enti tecnici: il 30 giugno è la data limite per non veder svanire definitivamente un progetto atteso da trent'anni.