Una raffineria clandestina per la lavorazione della cocaina nascosta nel cuore della Calabria e inserita in una rete internazionale del narcotraffico. È uno degli elementi più rilevanti emersi dall’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma e condotta dai Carabinieri della Compagnia di Civitavecchia, che ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di undici persone ritenute coinvolte in un’organizzazione dedita all’importazione e alla distribuzione di ingenti quantitativi di stupefacenti.

Le attività investigative hanno interessato diverse province italiane, tra cui Roma, L’Aquila, Reggio Calabria e Catania, consentendo di ricostruire l’esistenza di una struttura criminale con ramificazioni internazionali e contatti con ambienti della criminalità organizzata italiana.

Secondo gli inquirenti, il gruppo sarebbe stato in grado di gestire l’arrivo della cocaina direttamente dal Sud America attraverso una complessa rete logistica. La droga raggiungeva l’Europa sia via terra, attraverso la Spagna e veicoli modificati con sofisticati doppi fondi, sia tramite rotte marittime che prevedevano il recupero in mare di carichi lanciati da navi provenienti dall’America Latina.

Un ruolo strategico nell’organizzazione sarebbe stato svolto da diversi soggetti specializzati nella gestione dei rapporti internazionali, nella distribuzione dello stupefacente e nella logistica. Tra questi, secondo l’accusa, figurerebbe anche un uomo di origine calabrese incaricato di reperire e modificare veicoli destinati al trasporto della droga.

Il punto di svolta dell’indagine è arrivato con la scoperta di un laboratorio clandestino nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, nella Locride. All’interno della struttura i militari hanno sequestrato presse idrauliche, stampi, forni a microonde e oltre mezzo tonnellata di sostanze utilizzate per miscelare e diluire la cocaina, aumentando così i margini di guadagno dell’organizzazione.

Le intercettazioni e gli accertamenti patrimoniali hanno inoltre evidenziato una gestione imprenditoriale del traffico di droga, con prezzi, margini di profitto e strategie commerciali discussi dai vertici del gruppo come in una vera e propria azienda criminale. Gli investigatori hanno anche documentato l’utilizzo di criptovalute e sistemi alternativi di pagamento per movimentare i proventi illeciti e aggirare i controlli finanziari.

Tra gli aspetti emersi figurano inoltre rapporti con organizzazioni criminali straniere attive nel narcotraffico internazionale e collegamenti con ambienti della criminalità organizzata campana e calabrese. Secondo gli investigatori, la rete era pronta a ricorrere a metodi violenti per recuperare crediti legati alle forniture di droga e risolvere controversie all’interno del mercato illegale.

L’operazione rappresenta uno dei più significativi interventi contro il narcotraffico internazionale degli ultimi mesi e ha permesso di colpire non solo la fase dell’importazione e distribuzione della cocaina, ma anche quella della trasformazione e preparazione dello stupefacente destinato alle piazze di spaccio italiane.