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Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, nel territorio di Mileto, il potere criminale non è solo una presenza sommersa ma una struttura che si organizza, si riconosce e si radica. È in questo contesto che, secondo le ricostruzioni investigative, prende forma la cosca Pititto-Prostamo-Iannello, destinata a diventare uno dei riferimenti della criminalità organizzata nel Vibonese.

Il gruppo avrebbe ottenuto già dal 1987 il riconoscimento di un “locale” a Mileto, consolidando la propria centralità e operando in sinergia con altre articolazioni criminali dell’area, tra cui i Galati di San Giovanni di Mileto, in un sistema di equilibri e alleanze tipico delle dinamiche ‘ndranghetiste.

Nel tempo, la violenza diventa anche strumento di affermazione. L’11 maggio 1991, Pasquale Pititto e Michele Iannello vengono indicati come esecutori dell’omicidio di Vincenzo Chindamo e del ferimento di Antonio Chindamo, su ordine del boss Giuseppe Mancuso, in una fase di forti tensioni tra gruppi rivali nell’area tirrenica vibonese.

Le successive vicende giudiziarie hanno portato a condanne pesanti e al regime del 41 bis per diversi esponenti del sodalizio. Pititto è detenuto con ergastolo per un omicidio del 1990 e una condanna a 25 anni nel processo “Tirreno”, mentre anche Michele Silvano Mazzeo risulta in carcere duro per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti.

Nel procedimento “Maestrale”, gli investigatori hanno inoltre evidenziato la presenza di fiancheggiatori interni in grado di fornire informazioni sulle indagini, elemento ritenuto significativo della capacità di penetrazione del sodalizio.

Oggi la cosca si inserisce in un quadro criminale più ampio e stratificato nel Vibonese, accanto ad altre realtà storicamente radicate, in un territorio più volte attraversato da operazioni antimafia e nuove indagini.