Si è chiuso con una condanna a 12 anni di reclusione il processo di primo grado davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro nei confronti di Francesco Di Cello, accusato dell’omicidio del figlio Bruno, avvenuto a Lamezia Terme il 2 maggio dello scorso anno. Una sentenza che ha recepito l'impianto della difesa e le richieste dello stesso pubblico ministero.

I giudici hanno riconosciuto all'imputato la seminfermità mentale e le circostanze attenuanti generiche, valutate come prevalenti rispetto all'aggravante del vincolo familiare. La Corte ha dunque condiviso la linea tracciata dai difensori di Di Cello, gli avvocati Giuseppe Spinelli e Renzo Andricciola, i quali hanno sostenuto congiuntamente l'assenza di una piena e lucida volontà omicidiaria.

Secondo quanto emerso dal dibattimento e dalle perizie, l'uomo avrebbe agito sotto l'effetto di una "coercizione psichica interna". Tale stato sarebbe stato alimentato dalle precarie condizioni di salute dell'imputato e dai gravi e reiterati comportamenti vessatori che la vittima metteva in atto nei confronti dei familiari.

Un elemento chiave nel processo è stato il profilo umano di Francesco Di Cello. Il perito medico-legale, il professor Ferracuti, ha evidenziato l'onestà dimostrata dall'uomo durante le fasi del procedimento, un aspetto che ha contribuito a delineare una figura tragica più che criminale, spinta al gesto estremo da una situazione ambientale e psichica insostenibile.