Dalla promessa di una vita migliore alle violenze sessuali, la testimonianza della 32enne che con la sua denuncia ha fatto scattare le indagini della Dda di Catanzaro

“Appartengo a una famiglia molto povera e ho due figli che vivono attualmente con mia mamma a Oute in Nigeria, dove ci sono anche mio fratello e mia sorella. Ho lasciato il mio paese e sono venuta in Italia per migliorare la mia condizione di vita e quella dei miei familiari rimasti in Nigeria. Mi avevano promesso che sarei stata aiutata a trovare un lavoro legale, che mi avrebbe consentito di restituire gradualmente la somma di circa 15mila euro, che mi era stata anticipata per affrontare il viaggio e di guadagnare per aiutare economicamente i miei familiari”. Nel decreto di fermo viene riportata la testimonianza della donna che con la sua denuncia ha fatto scattare l’inchiesta  della Dda di Catanzaro, che oggi con l’operazione "Locomotiva" ha portato all'esecuzione di un decreto  di fermo nei confronti di sette indagati.

La falsa promessa. La donna, di 32 anni accolta in un progetto di protezione sociale a Lamezia Terme, riferisce come prima della partenza avesse dovuto giurare, attraverso un rito voodoo praticato da uno stregone, di restituire la somma una volta giunta in Italia, rispettando le indicazioni della signora (madame), che le avrebbe impartito il lavoro da fare. Partita dalla Nigeria giunge in macchina fino in Libia, attraversando il Niger e il deserto, dove viene violentata da altri nigeriani. E qui la giovane donna capisce che in Italia non avrebbe trovato quello che sperava. “ Durante una sosta in Niger ho saputo casualmente da un’altra ragazza nigeriana che il vero lavoro che avrei dovuto fare, una volta giunta in Italia, sarebbe stato quello della prostituzione; in Libia sono rimasta tre quattro mesi a casa di un signore ghanese, che si faceva chiamare papa, che costringeva me e altre cinque ragazze anche loro nigeriane a fare sesso con lui e con altre persone abitanti la sua casa. Non avevamo altra scelta perché non ci facevano uscire e, se non ci concedevamo a tutto quello che ci chiedevano, non ci davano da mangiare e ci picchiavano. Dopo quattro mesi siamo state accompagnate da un signore arabo in un altro posto. Era una specie di campo in Libia, dove vivevano tante persone, alcune delle quali venivano continuamente a chiedere a me e alle altre cinque ragazze di praticare attività sessuale".

Costretta a vendersi.  Poi lo sbarco in Sicilia il 13 febbraio 2016, l’arrivo in Calabria a Olivadi, i contatti telefonici con la madame, l’arrivo a Lamezia Terme Sant’Eufemia in una casa e l'incontro con la madame . “Mi hanno dato dei vestiti che avrei dovuto indossare per prostituirmi”.  Ai clienti che si fermavano doveva indicare due o tre dita, che stava ad indicare 20 o 30 euro. La madame le aveva comprato i preservativi il cui costo di 5 euro dovevano esserle restituiti “ mi ha detto che sarei dovuta scappare in caso fosse arrivata la Polizia e che, se mi avessero fermata, non avrei dovuto dire nulla. Le sere ero costretta a uscire per andare a prostituirmi nel parcheggio. Le prime volte non riuscivo, mi vergognavo e i clienti non si fermavano.

Il prezzo della disobbedienza. Rientrata a casa, lei mi diceva che non avevo lavorato bene e non mi faceva mangiare e mi diceva che se non avessi lavorato, non mi avrebbe fatto rimanere lì e avrei passato grossi problemi”. Aveva deciso di non prostituirsi più e per tre sere era rimasta a casa. “Hanno chiamato la madame che è sopraggiunta immediatamente con due persone, un ghanese e un nigeriano e mi hanno picchiata. Tutte le volte che tornavo senza soldi rimanevo senza mangiare”. E in una circostanza, incinta di cinque mesi è stata costretta ad abortire in una casa privata. “Un uomo mi ha dato alcuni medicinali che mi hanno provocato un aborto spontaneo, uccidendo il feto. Io ero contraria ad abortire, ma sono stata obbligata. Quando io ho chiesto il motivo di tale aborto mi è stato riferito che era necessario farlo perché dovevo lavorare, dovevo andare “in strada” .

(ga. pa.)

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