'Ndrangheta, pugno duro della Procura: chiesti 10 anni per imprenditore (NOME e FOTO)
L’accusa delinea il "metodo Ferrara": estorsioni, sequestri e violenze aggravate dal metodo mafioso per gestire debiti e affari
Dieci anni di reclusione e una multa di 30mila euro. È questa la pesante richiesta di condanna formulata dalla sostituta procuratrice Manuela Pedrotta nei confronti di Francesco Ferrara, l'imprenditore un tempo noto come il "re dei mercatini" e ideatore di note catene di food, finito al centro di un'inchiesta che scardina l'immagine del manager di successo per rivelare un sottobosco di violenza e intimidazioni.
Nella sua requisitoria, l'accusa ha ricostruito minuziosamente i presunti legami tra l'imprenditore e figure organiche alla 'ndrangheta, sottolineando come Ferrara, pur non avendo origini calabresi, si muovesse con una spregiudicatezza tipica delle consorterie criminali, frequentando funerali di boss e ostentando una costante propensione all'aggressione fisica e verbale.

L'inchiesta ha preso il via dalla denuncia di un ex collaboratore che reclamava un credito di 30mila euro. La risposta, secondo la ricostruzione della Procura, non sarebbe stata contabile ma brutale: un'aggressione spietata orchestrata dai sodali di Ferrara per mettere a tacere ogni pretesa economica.
Oltre al principale imputato, la Procura ha chiesto condanne per i presunti complici: Paolo Madoglio (chiesti 7 anni e 20mila euro di multa), Rocco Natale Romeo (chiesti 4 anni e 14mila euro di multa), Francesco Onofrio e Felice Curcio (chiesta la condanna a 1 anno ciascuno).
Dalle intercettazioni e dai messaggi analizzati dagli inquirenti emerge un quadro inquietante fatto di minacce reiterate. Particolare rilievo ha assunto il sequestro di una pistola che Ferrara chiamava affettuosamente "Caterina". L'arma veniva utilizzata come strumento di pressione psicologica: "Siamo io e la mia amica Caterina, aspettaci", scriveva uno degli imputati a un creditore per dissuaderlo dal richiedere i pagamenti arretrati.
Chi osava rivolgersi alle forze dell'ordine o ai sindacati per ottenere lo stipendio veniva etichettato come "infame" e, in diversi casi, attirato in capannoni isolati per essere picchiato.
Ferrara, che in passato ha gestito eventi di primo piano come Cioccolatò, ha tentato di difendersi in aula puntando sull'autodenigrazione. L'imprenditore ha infatti descritto i messaggi intercettati come semplici "stupidaggini" scambiate tra persone di basso livello culturale. "Usavamo parole volgari, ma siamo solo ignoranti, non mafiosi", ha sostenuto davanti ai giudici.
Una tesi che non ha convinto la Procura, la quale intravede dietro quel linguaggio "rozzo" una precisa strategia di controllo del territorio e degli affari basata sull'omertà e il terrore. Il processo riprenderà a fine aprile con le arringhe dei difensori, pronti a dare battaglia per smontare l'accusa di metodo mafioso.
