Depositi costieri, la "svolta" è un’incognita: ecco perché per ora non c’è nulla da festeggiare
Il sindaco Romeo annuncia il trasloco delle cisterne, ma le carte svelano un bivio pericoloso: se la delocalizzazione fallisce, rischiano di restare dove sono con una concessione blindata
C’è un sottile confine tra la vittoria diplomatica e il semplice rinvio di un problema cronico. Quel confine, oggi, passa per le banchine di Vibo Marina. La conferenza stampa del sindaco Enzo Romeo sul "via libera" alla delocalizzazione dei depositi della Meridionale Petroli ha innescato uno scontro frontale dove il trionfalismo della maggioranza si scontra con la lettura glaciale dei documenti tecnici. Se da un lato il Comune rivendica un traguardo atteso da settant’anni, dall’altro emerge il ritratto di un’operazione che somiglia più a una scommessa al buio che a un piano esecutivo blindato.
Il miraggio del 2029 e il "paracadute" per i privati
Il cuore dell'annuncio ruota attorno al limite del 31 dicembre 2029. Entro quella data, le cisterne a rischio di incidente rilevante dovrebbero sparire dal waterfront. Tuttavia, lo strumento utilizzato – l’Atto di Sottomissione (ex art. 38 Cod. Nav.) – contiene clausole che raffreddano gli entusiasmi e danno ragione ai timori delle opposizioni (Forza Italia, Fratelli d’Italia, Cuore Vibonese e Noi Moderati). L'analisi dei documenti ufficiali dell'Autorità di Sistema Portuale rivela infatti un doppio scenario che non lascia spazio a facili festeggiamenti. Se la delocalizzazione va a buon fine entro il 2029, l’atto provvisorio si converte in concessione definitiva per la nuova sede nella zona ZES. Sarebbe la vittoria del Comune. Ma - è qui siamo nel campo dello scenario B, una sortadi beffa per il Comune e la città di Vibo - se l’iter negoziale non dovesse concludersi positivamente entro il quadriennio, il documento prevede di dare mandato agli uffici per definire un’istruttoria sulla durata della concessione nell'area attuale. In pratica, se il trasloco fallisce, l'azienda potrebbe vedersi garantito il diritto di restare dove si trova, nel rispetto della legge 84/94, per un periodo potenzialmente lunghissimo.
Una "cambiale in bianco" senza sanzioni
Il centrodestra vibonese non usa giri di parole: «È un’operazione debole che invece di rimuovere i depositi, li blinda». La critica colpisce l'assenza di un cronoprogramma vincolante con tappe intermedie e, soprattutto, la mancanza di sanzioni in caso di inadempienza. Senza questi strumenti, il Comune firma una sorta di "cambiale in bianco": i privati promettono di spostarsi, ma se non lo fanno, ottengono comunque una posizione giuridica più forte di quella precaria attuale.
Il "silenzio" su ENI e il nodo bonifiche
A rendere il quadro ancora meno festoso sono i grandi assenti della narrazione comunale. In primo luogo, lo stabilimento ENI. Il porto ospita anche i depositi del colosso energetico, anch'essi a ridosso delle case. Perché l'amministrazione ignora questa parte del problema? La pericolosità non cambia in base al nome sulle cisterne, e liberare il waterfront solo a metà non restituirebbe dignità a Vibo Marina. C’è poi il capitolo bonifiche. Settant’anni di idrocarburi lasciano ferite profonde nel sottosuolo. Chi pagherà per risanare i terreni una volta rimosse le cisterne? Senza un piano finanziario certo per il risanamento ambientale, l'area rimarrebbe un deserto industriale inutilizzabile per il turismo.
Il verdetto: un punto di partenza, non di arrivo
Allo stato degli atti, Vibo Marina è a un bivio. Il sindaco Romeo ha ottenuto un orizzonte temporale, ma lo ha presentato come un traguardo quando è, nei fatti, solo l'inizio di una partita complessa. Le opposizioni hanno sollevato criticità reali che l'amministrazione dovrà colmare con clausole contrattuali ferree. Senza obblighi precisi e scadenze certe, la “svolta storica” rischia di trasformarsi nell'ennesimo capitolo incompiuto di una città stanca di annunci e promesse vaghe.
