Giallo nel carcere di Opera: detenuto calabrese muore dopo un malore ignorato
La denuncia della ONG Bon't worry: «Era stato rimandato in cella con un "non hai nulla". Ora si faccia chiarezza sui soccorsi e sul luogo del decesso»
Un’ombra inquietante si allunga sul penitenziario di Opera, alle porte di Milano. Lo scorso 26 aprile, un uomo originario di Siderno (Reggio Calabria) ha perso la vita all'interno della struttura, ma le circostanze del decesso restano avvolte nel mistero. A sollevare il velo su una vicenda fatta di silenzi e versioni contrastanti è Bo Guerreschi, presidente della ong Bon’t worry iNGO, che ha raccolto le testimonianze strazianti di altri reclusi e dei loro familiari.
Secondo la ricostruzione fornita dall'organizzazione, il calvario dell’uomo sarebbe iniziato venerdì 24 aprile. Quel giorno, il detenuto si era presentato in infermeria lamentando un malessere generale diffuso. La risposta ricevuta, stando alle indiscrezioni trapelate dal carcere, sarebbe stata sbrigativa: «Non hai nulla».
Rimandato in cella senza accertamenti diagnostici né terapie, l'uomo ha trascorso le successive 48 ore in condizioni che nessuno ha ancora chiarito ufficialmente, fino al tragico epilogo di domenica, quando è stato rinvenuto senza vita sulla sua branda.
Uno dei nodi cruciali che l'inchiesta dovrà sciogliere riguarda l'esatta localizzazione della morte. Le voci interne al carcere sono unanimi: l'uomo sarebbe spirato in cella, nella sezione del Servizio di assistenza intensiva (Sai). Tuttavia, circolano ipotesi non confermate di un tentativo di trasporto in ospedale in extremis. "L'incertezza sulla localizzazione della morte non è un dettaglio burocratico – sottolinea Guerreschi – ma un elemento che cambia radicalmente le responsabilità dell'istituto".
Ad oggi, nonostante le sollecitazioni, dalla direzione di Opera non è giunta alcuna replica ufficiale.
La gestione del caso ha spinto la ong a passare alle vie legali. È stato presentato un esposto formale alla Corte di Cassazione e alla Corte Costituzionale per denunciare quella che viene definita una gestione "degradante" della vita carceraria. Al centro dell'atto d'accusa non c'è solo la possibile negligenza medica, ma il venir meno dell'obbligo costituzionale di tutela della salute per chi è sotto la custodia dello Stato.
La richiesta di Bon’t worry è netta: un confronto immediato con il Ministero della Giustizia e il Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria). Il silenzio delle istituzioni, di fronte a un uomo entrato in infermeria per chiedere aiuto e uscito in un sacco nero, non è più accettabile.
