‘Ndrangheta nel Vibonese, il patto di sangue: «Volevamo uccidere i Maiolo al compimento dei 18 anni»
Il pentito svela i piani della cosca: un progetto di sterminio per cancellare la discendenza dei rivali e blindare il controllo su Acquaro e Dasà

Un verdetto di morte già scritto, una condanna emessa "per diritto di nascita" e congelata in attesa della maggiore età. Emergono dettagli agghiaccianti dai verbali di Francesco Loielo, il collaboratore di giustizia che sta smontando pezzo dopo pezzo i retroscena della cruenta faida tra i clan del Vibonese.
Al centro delle sue dichiarazioni, rese dinanzi ai magistrati, c’è la spietata strategia adottata contro i vertici del clan Maiolo e, soprattutto, l’intenzione di sterminarne la discendenza per consolidare il controllo sul territorio di Acquaro, Dasà e delle zone limitrofe.
Loielo descrive una gerarchia criminale ossessionata dal controllo del territorio, capace di pianificare omicidi con decenni di anticipo. Tra le rivelazioni più forti spicca l'investitura di giovanissimi killer, come Enzo Taverniti, "iniziato" al crimine imparando a sparare sotto la guida dei veterani.
Ma è sul destino dei figli di Rocco e Antonio Maiolo - i fratelli Francesco ('79) e Angelo ('84) e il cugino Francesco ('84) - che il racconto si fa cupo: una proposta di sterminio preventivo che avrebbe dovuto scattare non appena i giovani avessero raggiunto la soglia dei diciotto anni. Un piano che, secondo il collaboratore, mirava a cancellare ogni possibile pretesa di potere della famiglia rivale dopo l'omicidio di Antonio Maiolo.

IL VERBALE: Le parole di Francesco Loielo
Riportiamo integralmente lo stralcio dell’interrogatorio di Francesco Loielo che ricostruisce la genesi di quella decisione e gli equilibri criminali dell'epoca: «Sull’omicidio dei miei cugini ho già riferito. So che commettevano reati insieme agli Emanuele. Prima di iniziare la collaborazione feci molte ricerche per scoprire chi fosse stato ad uccidere i miei cugini ed in un’occasione, parlando a mezzo lettere con mio fratello Giovanni, anche lui ristretto in un altro carcere, questo fece riferimento alla canzone “Emanuele”, utilizzando questo escamotage per rispondere alla mia domanda». «Del nostro gruppo, nel periodo della faida, oltre a noi Loielo (i miei fratelli Vincenzo e Giovanni ed i miei cugini poi assassinati) facevano parte anche Taverniti Vincenzo, Gallace Antonio, Altamura Antonio, Gallace Domenico Antonio, mio cugino, un ragazzo di Taurianova che poi morì e mio cugino Loielo Rocco».
Poi il collaboratore parla dell'investitura di giovanissimi killer. «Vincenzo Taverniti è il cugino di Taverniti Enzo, poi diventato collaboratore. Quest’ultimo all’epoca era ancora ragazzo e lo stavamo avviando alla vita criminale. Gli insegnavamo a sparare. Ricordo che una volta lo portai con me da una persona di Soriano che doveva uccidere per conto dei miei cugini Vincenzo e Giuseppe, sebbene poi non se ne fece nulla per problemi sopravvenuti nell’esecuzione dell’agguato. Effettivamente, in un secondo momento, mi sembra nel 1994, questa persona venne effettivamente uccisa e per quello che venni poi a sapere in carcere da Antonio Condina, allora arrestato per favoreggiamento ed a conoscenza del fatto, l’esecutore dell’omicidio fu proprio Enzo Taverniti. Anche Enzo Taveriniti, all’epoca della faida, seppure molto giovane, faceva parte del nostro gruppo. Per come ho già riferito fu lui ad eseguire l’omicidio di Antonio Maiolo».

Il progetto di sterminio
Poi Francesco Loielo parla del proposito di uccidere i fratelli Francesco e Angelo Maiolo, ritenuti al vertice dell’omonimo clan di ‘ndrangheta, arrestati nell’ambito dell’operazione antimafia Habanero e accusati anche dei reati di omicidio plurimo aggravato dalle finalità mafiose (la “strage dell’Ariola” avvenuta il giorno 25 ottobre 2003 a Gerocarne, frazione di Ariola, nella quale vennero uccise tre persone – Francesco Gallace, Giovanni Gallace e Stefano Barilaro – e ferita una quarta) per vendicare l’uccisione del padre Rocco e dello zio Antonio, ritenuti esponenti di vertice dell’omonimo clan e scomparsi negli anni ’90 per “lupara bianca”.
Francesco Loielo: «Dopo l’omicidio di Antonio Maiolo il loro peso criminale venne di molto ridimensionato ed assumemmo noi il comando della loro zona di influenza, in particolare del paese di Acquaro. Ricordo che con i miei cugini si era deciso che avremmo dovuto uccidere anche i figli di Rocco e Antonio Maiolo, non appena avessero compiuto i diciotto anni. In sede di rilettura il collaboratore precisa che questa fu una sua proposta, inizialmente accolta dai suo cugini, sebbene poi da questi non rispettata».
Poi il collaboratore spiega: «Questo delitto non venne poi portato a compimento anche perché, come dicevo all’inizio, i Maiolo iniziarono a girare con i miei cugini, non so cosa facessero insieme. E’ per questo che dico che durante la mia detenzione, tra gli anni dal 1994 in poi, erano stati integrati nel gruppo. Sapevo questo perché mi veniva riferito anche dai miei cugini. Ricordo un’occasione in cui vennero a trovarmi nel Carcere di Melfi, dove venne condotto in occasione di un arresto anche Vincenzo Taverniti e parlando con loro venni a conoscenza di queste circostanze. Dopo l’omicidio dei miei cugini e dei Gallace, a comandare in quel territorio sicuramente erano gli Emanuele ed i Maiolo. Quest’ultimi infatti, dopo un periodo in cui giravano con noi erano passati con gli Emanuele, per come saputo in carcere sempre da Antonio Gallace e Pino Taverniti, oltre che da altri».
IL VERBALE: Le parole di Enzo Taveriniti
Il collaboratore Enzo Taverniti, dopo aver premesso di essere il cugino di Francesco Maiolo cl. 79 e Angelo Maiolo, riferiva che nel periodo della faida tra le famiglie Emanuele e Loielo, lui era alleato con quest'ultimi; per questo motivo i fratelli Maiolo avevano tentato di ucciderlo. La faida si concludeva favorevolmente per la famiglia Emanuele, di conseguenza, ai Maiolo veniva concesso il controllo del territorio del comune di Acquaro.
