Rinascita, il pentito Andrea Mantella tira in ballo anche un ex procuratore di Vibo

Il collaboratore di giustizia: “A Vibo avete messo le sbarre alla piovra”. E parla dello “strano” interrogatorio avvenuto alla Direzione investigativa antimafia di Napoli

“Signor procuratore voi oggi state fermando una piovra. Se questa operazione fosse stata fatta a Crotone, a Reggio Calabria o a Cosenza, non avrebbe avuto questo risalto. A Vibo è la prima volta che fate questa operazione, avete messo le sbarre alla piovra”. Con queste parole il pentito Andrea Mantella, ex boss di ‘ndrangheta di Vibo Valentia, ha descritto l’inchiesta “Rinascita Scott” nel corso del maxiprocesso in corso nell’aula bunker di Lamezia. Il via a queste dichiarazioni le ha date il fatto che lo stesso collaboratore di giustizia, poco prima, aveva tirato in ballo un ex procuratore di Vibo, non indagato e totalmente estraneo all’inchiesta Rinascita Scott, che – secondo Mantella – era “intraneo al clan Mancuso“: “Saverio Razionale (boss di San Gregorio d’Ippona, ndr) era andato in Tribunale a picchiare questo procuratore perché aveva osato mettergli sotto controllo il telefono di casa, che a quei tempi era fisso, senza avvisarlo”.

“Era con le mani in pasta”.
A quel punto la domanda, da parte del pm Annamaria Frustaci, era inevitabile: “Che confidenza aveva Saverio Razionale per entrare nella stanza del procuratore della Repubblica di Vibo, addirittura per mettergli le mani addosso?”. “La confidenza derivava dal fatto – ha risposto Mantella – che il procuratore era intraneo al clan Mancuso, con Pantaleone Mancuso detto ‘Vetrinetta’ e Antonio Mancuso. Io l’ho sempre saputo che era con le mani in pasta con ‘Vetrinetta’”. “A quei tempi – aggiunge – c’era un imprenditore che ha presentato il procuratore a Carmelo Lo Bianco… e poi era totalmente nelle mani di Antonio Mancuso e di ‘Vetrinetta’… così si diceva. Tanto che anche nell’operazione Asterix, come ho già dichiarato, abbiamo cercato di intervenire per salvarci”.

L’interrogatorio a Napoli e il tentativo di scoprire il sito riservato.
Nel corso dell’esame nell’aula bunker di Lamezia Terme, poi, l’attenzione del pm si è concentrata su un fatto ben preciso: un interrogatorio alla Direzione investigativa antimafia di Napoli avvenuto a dicembre 2016, ovvero pochi mesi dopo l’inizio della collaborazione con la giustizia di Andrea Mantella. In quell’occasione parlò con due funzionari della Dia – “uno alto con i capelli rossi e uno più basso con i capelli neri, di Chiaravalle” – uno dei quali cercò di capire da dove venissero, ovvero quale fosse il sito riservato dove abitava in quel momento. “Non è che lo disse in modo esplicito – racconta Mantella – ma chiese al mio caposcorta ‘da dove venite?’. Era curioso per il modo furbo che aveva usato. Tanto che il capo scorta si è innervosito e ha detto ‘noi veniamo da Roma, dal servizio centrale, e basta’”.

“Mi ha chiesto se sapevo qualcosa della massoneria”.
Ma le “stranezze” non si limitarono a questo. “In modo confidenziale uno mi disse ‘ciao Andrea, hai fatto bene che hai collaborato con la giustizia’” e cose simili. “Ma non c’erano mai state confidenze da parte della Procura – spiega il pentito – non mi parlavano mai in assenza del mio avvocato, c’era sempre un procuratore”. Per questo rimase sorpreso: “Non era mai successo che sono stato interrogato da funzionari senza la presenza del magistrato – evidenzia ancora – così come nessuno si è mai permesso di fare domande al mio capo scorta fuori dal protocollo”. Nel verbale rilasciato il 21 giugno del 2019, Mantella, a riguardo, aveva dichiarato che “in pratica c’è stata prima una lunga chiacchierata ufficiosa e solo dopo è stato acceso il registratore”, aggiungendo che “posso dire con certezza che è durata più la chiacchierata dell’interrogatorio vero e proprio che è durato in realtà molto poco”. Tutti elementi confermati nella giornata di ieri in udienza: “La verbalizzazione è stata fatta dopo, prima abbiamo chiacchierato nei corridoi della Dia, in confidenza mi chiedeva che dichiarazioni avevo fatto”. Spiegando che l’attenzione non era tanto sugli ‘ndranghetisti ma “mi ha chiesto se sapevo qualcosa anche della massoneria”.

“Cose da pazzi”.
Nei corridoi “mi avevano chiesto verso chi avevo fatto dichiarazioni, se sapevo della massoneria, se la mia dichiarazione era concentrata solo su appartenenti alla ‘ndrangheta: lui spostava sempre il ragionamento per sapere dei professionisti, spostava sempre il discorso su avvocati, sui colletti bianchi”. Mentre quando iniziò la fonoregistrazione “mi chiese solo se Sgromo era un testimone affidabile”. Tanto che l’interrogatorio vero e proprio durò pochissimo, “forse un quarto d’ora”. “Poi ho firmato e ho detto ‘cose da pazzi’: era rimasta perplessa anche la scorta che mi disse ‘hai sempre fatto notte con i tuoi interrogatori, che è successo’. E infatti – sottolinea Mantella – i miei interrogatori iniziavano la mattina presto e finivano la sera tardi, eravamo tutti sorpresi”.