Rinascita, giudici (ancora) senza pace: nuova richiesta di astensione
Nel corso del maxi processo Rinascita Scott è stata (nuovamente) avanzata una richiesta di astensione nei confronti del presidente del collegio giudicante Brigida Cavasino e del giudice a latere Gilda Romano. Le basi della richiesta - che i legali si dicono pronti a trasformare in ricusazione - derivano dalle motivazioni della sentenza "Nemea" depositate lo scorso 5 marzo, a cui hanno preso parte gli stessi giudici Cavasino e Romano. In quell'occasione i due avrebbero già espresso una valutazione su alcuni fatti, su cui sono chiamati a giudicare anche nel maxi processo, facendo quindi venire meno la piena "terzietà" e "imparzialità": elementi imprescindibili dell'equo processo.
Unitarietà della 'ndrangheta già riconosciuta.
A spiegare la questione principale è stato l'avvocato Diego Brancia, il primo a sollevare la questione nell'aula bunker di Lamezia Terme. "Il punto - ha detto il legale - è l'aver ritenuto con la sentenza non un fatto ndranghetistico diverso, ma il profilo dell’unitarietà del fenomeno ‘ndranghestico in provincia di Vibo sotto le regole del Crimine di Polsi, che quindi è stata già riconosciuta da da due giudici di questo collegio". Citando poi diverse pagine della sentenza e ricordando di aver già presentato una richiesta di ricusazione considerata inammissibile dalla Corte d’Appello di Catanzaro. "Anche se dopo oltre 40 giorni - ha detto l'avvocato Brancia - mi sarei aspettato almeno una Camera di consiglio per poter interloquire sul punto, così come era stata fatto per la ricusazione della presidente Tiziana Macrì. È una questione di metodo".
Luigi Mancuso considerato "capocrimine".
"Mi sento obbligato, in qualità di difensore di Luigi Mancuso - ha poi affermato l'avvocato Paride Scinica - a intervenire sulla questione. Io non metto in dubbio la professionalità di questo Tribunale, ma nella sentenza Nemea Luigi Mancuso viene definito come capocrimine del Vibonese". Una valutazione, quindi, che è già stata fatta da chi è chiamato a giudicare nel maxi processo. Richiamando poi un "pilastro della giurisprudenza": una sentenza della Corte Costituzionale che "ci fa capire perchè i giudici Cavasino e Romano si devono astenere".
I pilastri del maxiprocesso.
Diversi altri difensori si sono poi associati alla richiesta. Da Francesco Sabatino, che ha evidenziato che "è un obbligo di legge astenersi di fronte a questioni di incompatibilità così evidenti", a Daniela Garisto, che ha sottolineato come lo stesso pentito che si deve sentire quest'oggi, Raffaele Moscato, abbia avuto una rilevanza anche nel processo Nemea ("sulla base delle sue dichiarazioni si è arrivati a definire Giuseppe Antonio Accorinti il boss di Zungri"). Anche Stefano Luciano, poi, ha voluto ricordare come l’obiettivo che si pone la Procura nel maxi processo "è quello di dimostrare due elementi: la struttura unitaria della ndrangheta con a capo Luigi Mancuso, e poi le singole condotte di reato". "Se nell’ambito della sentenza Nemea uno dei pilastri di questo processo è già stato oggetto di decisione, ovvero che esiste la struttura unitaria - ha chiosato Luciano - va da sé che ci troviamo di fronte a un convincimento già consolidatosi".
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