‘Ndrangheta, dalla cava i boss gestivano il commercio di stupefacenti

La rete consentiva ai boss di spostarsi e di avere contatti con i familiari oltre che tutto il necessario per vivere

Era una cava, quella individuata dai carabinieri di Gioia Tauro, ubicata al centro del territorio di influenza delle cosche della Piana, divenuta base operativa e logistica della criminalità organizzata per tutte le più importanti attività delittuose. Partendo da tale assunto, attraverso metodologie investigative tradizionali combinate con i più moderni sistemi di acquisizione probatoria, i carabinieri di Gioia Tauro hanno ricostruito la rete degli indagati che agivano, a vario titolo e con diversi ruoli. Anzitutto, mettevano a disposizione dei latitanti Salvatore Etzi, Antonino Pesce e Vincenzo Di Marte, immobili da adibire a rifugio/covo durante la latitanza; fornivano loro generi alimentari e di prima necessità, nonché strumenti meccanici ed elettronici; procuravano agli stessi appuntamenti con soggetti terzi; garantivano incontri e mantenevano i contatti tra i familiari ed i ricercati; organizzavano gli spostamenti dei latitanti quando le situazioni ambientali lo richiedevano.

Traffico di droga. E ancora, si associavano stabilmente tra di loro per commerciare ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, eroina, marijuana e hashish, anche importati dall’estero da paesi come l’Albania, la Grecia, il Marocco, la Spagna e la Turchia per poi rivenderli nel territorio nazionale, organizzandone l’occultamento, il trasporto e la cessione. Talvolta lo stupefacente veniva nascosto in appositi borsoni collocati in container trasportati tramite vettori navali;
detenevano e occultavano numerose armi da sparo comuni e da guerra, anche appartenenti a terzi soggetti.

Quasi tre quintali di stupefacente. Il traffico degli stupefacenti ha rappresentato un’importante fonte di guadagno illecito per gli indagati. Nel corso dell’indagine sono stati documentati acquisti e rivendite di carichi di sostanza stupefacente, che potevano arrivare fino a 270 kg di hashish e marijuana per volta, anche importati dall’estero, nonché il sistematico occultamento all’interno della cava di numerosi “pacchi” da mezzo chilo l’uno. Le vendite all’ingrosso venivano organizzate e materialmente svolte dagli indagati. A capo dell’organizzazione venivano individuati Girolamo Bruzzese cl. ‘83, Pierluigi Etzi, Alessandro Bruzzese, Antonino Bruzzese, Girolamo Bruzzsse cl. ‘70, i quali, attraverso regolari colloqui e riunioni all’interno della cava, stabilivano le linee programmatiche dell’associazione di narcotrafficanti e decidevano le fonti di approvvigionamento, le condizione economiche, le modalità di trasporto e individuavano i soggetti incaricati della successiva rivendita, assicurando nel contempo il finanziamento dell’associazione e il reinvestimento dei proventi illeciti.

Le armi. Numerose sono risultate anche le armi nella disponibilità degli indagati, a dimostrazione di un’endemica pericolosità sociale dei componenti dell’organizzazione: pistole semiautomatiche cal. 7,65, cal. 9×21, cal. 38 special, acclarando l’occultamento delle stesse in borsoni fino a 30 pezzi in contemporanea, ma anche armi da guerra, come un fucile mitragliatore Kalashnikov.

Scacco alle famiglie di ‘ndrangheta. L’operazione colpisce duramente soggetti al servizio delle diverse ramificazioni della criminalità organizzata della Piana di Gioia Tauro, proprio nelle attività illecite essenziali alla conservazione ed al mantenimento del potere mafioso. La volontà di svolgere periodi di latitanza nel territorio di origine e di influenza, indica ancora una volta la necessità di mantenere in ogni condizione un contatto diretto con il territorio, al fine di non mettere in discussione la forza intimidatrice della consorteria di appartenenza. Di contro, il capillare controllo del territorio, le capacità informative e gli efficienti approfondimenti investigativi dei Carabinieri sotto il coordinamento e l’indirizzo dell’Autorità Giudiziaria, attraverso una strategia investigativa oculata, hanno garantito la sistematica individuazione dei latitanti e consentito di colpire duramente tutte le attività delittuose tipiche della ‘ndrangheta, nonché tutti i soggetti, anche non affiliati, che in qualunque forma la favorivano.

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