Un pentito contro un altro. Arcangelo Furfaro ribatte ad Emanuele Mancuso e in una lettera indirizzata a Zoom24, a firma del suo avvocato Giuseppe Tripepi, nega di aver mai chiesto soldi per ritrattare le dichiarazioni fornite agli inquirenti o per cambiare la versione delle sue deposizioni.

Tra le migliaia di pagine che costituiscono la monumentale inchiesta della Dda di Catanzaro denominata "Rinascita Scott" c'è anche un verbale dove l'ex rampollo della famiglia di Limbadi riferisce agli inquirenti negli interrogatori tenutesi tra il giugno e il luglio del 2018 delle presunte "tariffe" stabilite da Furfaro per "cambiare" le proprie deposizioni: 150 mila euro a testa. Una cifra che secondo Mancuso doveva essere consegnata in contanti alla sorella di Furfaro. "Nego con fermezza - ha detto il pentito - di aver mai avanzato tale richiesta al fine di modificare, attenuare o peggio ancora di ritrattare le dichiarazioni, da me rese alle competenti autorità giudiziarie, con le quali ho sempre accusato altri soggetti responsabili di gravi attività delittuose commesse nell'ambito della criminalità organizzata sia in fase di indagine sia in dibattimento".

C'è da precisare che Arcangelo Furfaro non ha ricevuto alcun avviso di garanzia per le accuse rivolte nei suoi confronti da Emanuele Mancuso e non risulta nell'elenco dei 416 indagati dell'inchiesta.

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