L’inchiesta che imbarazza il vescovo di Mileto, il suo segretario evoca i Mancuso: “Mio cugino è il capo dei capi”

La Dda di Catanzaro ha chiesto il processo per don Graziano Maccarone e per un altro sacerdote vibonese: dai messaggi a sfondo sessuale fino alle minacce mafiose per farsi ripagare un debito. Ecco tutti i retroscena di un’indagine che fa tremare la diocesi vibonese

E’ un’inchiesta che mette in forte imbarazzo il vescovo della diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea, monsignor Luigi Renzo, quella che vede indagati due sacerdoti vibonesi. Uno è Nicola De Luca, 40 anni di Rombiolo e reggente della Chiesa Madonna del Rosario di Tropea; l’altro è Graziano Maccarone, 41 anni, addirittura segretario particolare del presule. Nei loro confronti la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri ha chiesto il rinvio a giudizio. Le accuse sono pesantissime e chiamano in causa addirittura la ‘ndrangheta. Il reato più grave contestato è quello di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Uno dei due indagati, don Graziano Maccarone, per farsi restituire dei soldi da parte di un suo debitore evocherebbe persino la parentela con i Mancuso di Limbadi. Proprio per questo motivo la vicenda si fa più inquietante e a procedere non è la Procura ordinaria di Vibo ma, addirittura, quella guidata da Gratteri, la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il prossimo 3 ottobre compariranno davanti al Gup che dovrà decidere se mandarli a processo.




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I messaggi a sfondo sessuale. ‘Ndrangheta ma anche qualcosa di più torbido e scandaloso tra le pagine di un’inchiesta clamorosa. Secondo il sostituto procuratore Annamaria Frustaci che ha coordinato le indagini condotte sul campo dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia, i due preti, in concorso tra di loro e con più condotte perpetrate in tempi diversi mediante violenza e minaccia, avrebbero agito con l’intento di recuperare circa 9mila euro per compensare un debito contratto da un loro conoscente e da sua figlia con un terza persona. I fatti contestati si riferiscono ad un arco temporale che oscilla tra la il 2012 e i primi mesi del 2013. Nel bel mezzo di questa vicenda si inseriscono anche una serie di messaggi a sfondo sessuale che Maccarone avrebbe inviato alla figlia maggiorenne del loro debitore, tra l’altro invalida al 100% per una disabilità. Gli investigatori avrebbero accertato oltre tremila contatti telefonici tra i due con don Graziano che si sarebbe fatto inviare non solo foto compromettenti ma anche indumenti intimi della ragazza, invitata – secondo l’accusa – anche in un albergo di Pizzo per un incontro sessuale che tuttavia non ha avuto poi luogo.

Don Graziano e i Mancuso. L’atteggiamento di Maccarone sarebbe cambiato radicalmente in un secondo momento e a partire dal dicembre del 2012 quando il prete iniziò a chiedere l’immediata restituzione delle somme di denaro per sé e per don Nicola. Ci fu anche un incontro nel febbraio del 2013 tra i due sacerdoti e il debitore durante il quale don Graziano fece espresso riferimento ai “cugini di Nicotera Marina” aggiungendo: “Non vi dico il cognome… già lo avete capito… sono cugini miei”. Nel sostenere questo affermava anche che quei soldi avrebbe dovuto restituirli al più presto evocando così – secondo l’accusa – la propria vicinanza alla famiglia Mancuso operante a Nicotera e Limbadi. Gli inquirenti annotano nella richiesta di rinvio a giudizio un paio di passaggi che aggravano il quadro indiziario dei due. In una chiama Maccarone chiamòDe Luca: “Digli tu chi sono i miei cugini… così capisce… adesso capiamo tutti e due… diglielo”. L’amico sacerdote rispose: “I Mancuso” e don Graziano precisò: “Parenti di Luigi… Omissis… Eh siamo nella combriccola…”. A tal proposito, lo stesso Maccarone aggiunse: “Il cugino mio… Luigi è quello che è uscito adesso a luglio il capo dei capi… no Luni… Luni ormai è quello che era… ma Luigi…”.

I cugini di Nicotera Marina. Non avendo ottenuto la restituzione del denaro entro il termine richiesta, i due prelati avrebbero quindi deciso di percorrere congiuntamente due “strade parallele”. Per un verso la via legale, per altro verso quella delle minacce esplicite nei confronti del debitore avvisato di “stare attento che avrebbe fatto una brutta fine”. Secondo l’ipotesi accusatoria, i due avrebbero preso contatti anche con soggetti di Nicotera Marina vicini a Panteleone Mancuso, alias Scarpuni. Don Graziano stesso avrebbe riferito all’amico sacerdote di mettersi da parte che sarebbero intervenuti direttamente i “suoi cugini” e avrebbe recuperato il denaro “per vie traverse” specificando che si era “mosso con i suoi canali” e che “aveva informato la cerchia che lui sapeva”. Maccarone avrebbe detto ancora di più affermando che se fosse stato per la sua volontà li avrebbe mandati quella notte stessa a picchiare il debitore. Le persone alle quali si era rivolto gli avrebbero però detto: “Non è il momento… perché ora il fuoco è troppo alto e ci bruciamo tutti. Perché se agiamo questo fa una piccola cosa. A voi rimane la macchia. Non è che non vi rimane!!! Quindi non è ora. Cercate un compromesso per temporeggiare… e poi interveniamo”.

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