Fallito agguato a Vibo, i retroscena del tentato omicidio di Signoretta e il profilo tracciato dai pentiti

Braccio destro di Panteleone Mancuso (l’ingegnere), armiere del clan e killer. Così i collaboratori di giustizia Moscato e Furfaro descrivono Dominic Signoretta, da loro accusato di aver attentato alla vita di Sarino Battaglia e di aver ucciso Domenico Campisi

Non uno qualsiasi, ma il braccio destro di un boss e l’armiere del clan più potente della provincia di Vibo Valentia. Questo è Dominic Signoretta secondo i racconti dei collaboratori di giustizia. Il 45enne di Nao di Jonadi nel tarda serata di ieri è scampato per miracolo a un vero e proprio agguato. Oltre trenta i colpi di pistola sparati nei suoi confronti, proprio dinnanzi alla sua abitazione dove si trova agli arresti domiciliari. A sparare sarebbero state – secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri – tre persone nascoste dietro un cespuglio. Non un’intimidazione ma un tentato omicidio dalle modalità chiaramente mafiose. Gli investigatori hanno di fatti già contattato la Dda di Catanzaro che segue da vicino il caso e i carabinieri hanno provveduto a sentire lo stesso Signoretta, bersaglio principale e unico testimone del fallito agguato, scampato alla morte grazie alla sua rapidità nel nascondersi dietro un muretto e facendo evidentemente desistere i killer. (LEGGI QUI)




Il tentato omicidio di Sarino Battaglia e le dichiarazioni di Moscato. Dominic Signoretta ha alle spalle due condanne, una per droga e l’altra per armi. Su di lui e sul suo ruolo all’interno della ‘ndrangheta vibonese si soffermano ben tre collaboratori di giustizia: da Andrea Mantella fino ad Arcangelo Furfaro passando per Raffaele Moscato che di Signoretta  ha parlato in un’aula di giustizia nel corso del processo per la detenzione di un arsenale di armi al quale il 45enne è stato sottoposto nel recente passato. L’ex esponente dei Piscopisani apprende chi era Signoretta direttamente dalle parole di Rosario Battaglia il quale gli riferisce che “poteva essere uno degli autori di un tentato omicidio nel 2010 a Piscopio ai danni dello stesso Battaglia”. Uno che sapeva sparare e che era legato all’articolazione dei Mancuso guidata da Panteleone detto l’ingegnere, arrestato a Roma qualche mese fa da un periodo di irreperibilità. Ma perché Domenic Signoretta avrebbe dovuto attentare alla vita di Rosario Battaglia? A svelarlo è sempre il collaboratore Raffaele Moscato e, ancora una volta in un’aula di giustizia, emerge la figura del perito assicurativo Michele Palumbo, incensurato, ucciso la sera del 12 marzo 2010 davanti alle figlie nella sua villetta di Longobardi, frazione di Vibo Valentia. Moscato, che già in altri verbali ed in altri processi ha raccontato del ruolo che nella zona di Vibo Marina avrebbe ricoperto Palumbo per conto del boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, ha quindi sottolineato che “Rosario Battaglia, uno dei reggenti del clan di Piscopio, aveva ucciso materialmente Palumbo perché costui era legato a Scarpuni e la risposta a tale omicidio è stato appunto il tentato omicidio ai danni dello stesso Battaglia fatto presumibilmente da Domenic Signoretta”.
Domenic Signoretta, a detta di Moscato, “rappresentava il gruppo di fuoco di Pantaleone Mancuso, detto l’Ingegnere, unitamente a Giuseppe Mancuso, figlio dell’Ingegnere, irreperibile dopo che il fratello Emanuele ha deciso di diventare collaboratore di giustizia. “Abbiamo appreso noi Piscopisani – ha riferito Moscato – del fatto che Signoretta e Giuseppe Mancuso erano due che sparavano. Ed abbiamo appreso ciò direttamente da persone di Limbadi e Nicotera che erano vicine al nostro gruppo, fra cui Antonio Campisi, figlio del narcotrafficante Domenico Campisi”. Quest’ultimo è stato ucciso nel giugno 2011 lungo la strada provinciale per Nicotera. “In quel periodo, Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, e Pantaleone Mancuso, detto l’Ingegnere – ha rimarcato Moscato – avevano fatto pace e si erano divisi il territorio, con Scarpuni che comandava a Nicotera Marina e l’Ingegnere che comandava invece a Nicotera superiore”. Ecco quindi l’alleanza fra i due omonimi cugini e la spiegazione sul perché un soggetto come Signoretta – a detta di Moscato – legato a Pantaleone Mancuso, alias “l’Ingegnere”, poteva aver “sparato a Rosario Battaglia a Piscopio nel 2010, tanto che Battaglia meditava un “pensierino” nei confronti di Signoretta nel senso che voleva a sua volta spararlo”.

L’omicidio Campisi e le rivelazioni di Furfaro. A tracciare il profilo criminale di Dominic Signoretta è anche il collaboratore di giustizia Arcangelo Furfaro, detto Lino, ex esponente del clan Molè. Anche lui, come Moscato, lo inquadra come “braccio destro” di Luni Mancuso l’ingegnere. “Domenic si chiama così perché la madre è tedesca e lui stesso parla molto bene il tedesco. In casa nel periodo di coabitazione eravamo sempre armati. La nostra casa a Roma era frequentata da Peppe Mancuso, figlio di Pantaleone Mancuso, detto l’ “Ingegnere”, che abita a Nicotera vicino al campo sportivo”.
Arcangelo Furfaro è il primo collaboratore di giustizia a parlare dell’omicidio “eccellente” di Domenico Campisi indicando al magistrato quelli che – in base alle sue conoscenze – sarebbero gli esecutori materiali del delitto. “Domenic Signoretta con Peppe Mancuso, figlio di Luni Mancuso l’ “Ingegnere”, hanno commesso l’omicidio di Campisi Domenico, detto Mimmo”. Arcangelo Furfaro rimarca quindi che “Domenic è un killer di Luni Mancuso l’ “Ingegnere”, e non faceva nulla senza il suo ordine o assenso, spiegandomi che aveva fatto altri sette omicidi. Prima dell’agguato a Campisi, Domenic Signoretta – sottolinea il collaboratore –  ricevette a Roma una telefonata da giù, anzi un messaggio, a seguito del quale mi disse che doveva urgentemente tornare in Calabria. Era un telefono che usavano solo con Peppe Mancuso figlio dell’ “Ingegnere” per cui erano loro, i Mancuso, quelli che lo avevano chiamato per scendere”. Risalito a Roma, Domenic Signoretta avrebbe confessato ad Arcangelo Furfaro di aver ucciso Campisi insieme a Peppe Mancuso, figlio di Pantaleone Mancuso, l’ “Ingegnere”. “Domenic mi disse: “ ‘nci jettai du botti”, nel senso che aveva freddato Campisi. Domenic mi disse pure che dopo aver fatto l’omicidio, prima di salire a Roma, era stato ospite in un villaggio a Capo Vaticano in attesa che le acque si calmassero perché giù c’era un macello”.