"Provvidenza 2": i Piromalli, gli ordini dal carcere e il consorzio Copam (VIDEO)
Continuava a impartire ordini dal carcere de l'Aquila, dov'era detenuto, il boss Giuseppe Piromalli, 72 anni. Ecco come la 'ndrangheta controllava il tessuto economico
A vario titolo sono accusati di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, truffa e altri reati aggravati dalle finalità mafiose, le dodici persone ritenute affiliate ai Piromalli di Gioia Tauro e destinatari di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. In sei sono finiti in carcere, due erano già detenuti, tre ai domiciliari e per uno è stato disposto l'obbligo di dimora.
Nuovo colpo ai Piromalli, ecco chi sono le dodici persone coinvolte nell'inchiesta (NOMI)
Il decreto di sequestro preventivo. Al centro dell'inchiesta il noto consorzio Copam di Varapodio, costituito da oltre 40 aziende e cooperative agricole operanti nella piana di Gioia Tauro, nella Sicilia orientale e nel basso Lazio. Contestualmente all'ordinanza di custodia cautelare, è stato infatti emesso anche un decreto di sequestro preventivo di beni per un valore di circa 50 milioni di euro. I provvedimenti sono stati eseguiti dai carabinieri del Ros al termine di un'articolata manovra investigativa. Il consorzio è attivo nel commercio dei prodotti ortofrutticoli ed in particolare nel settore agrumario dei kiwi e delle pesche, con un fatturato di oltre 20 milioni di euro. Sotto sequestro anche la società Sgf fratelli Careri srl, con sede legale a Milano e stabilimento a San Ferdinando attiva nella produzione e nel commercio dell'olio di oliva.
Scacco alla cosca Piromalli, 12 arresti. Sequestrato consorzio di 40 società ed aziende

Il ruolo del Piromalli e gli ordini dal carcere. Le indagini confermano il ruolo apicale dei fratelli Giuseppe Piromalli, classe '45 detto “facciazza”, attualmente detenuto presso il carcere de L’Aquila, e Antonio Piromalli, classe '39, detto “u catanisi”. Secondo i carabinieri i due sarebbero ancora in grado di orientare gli equilibri criminali dell’intero mandamento tirrenico e di condizionare il locale tessuto economico-imprenditoriale, con particolare riferimento ai settori agro-alimentare e turistico-ricettivo, grazie alla complicità di imprenditori contigui alla cosca.
In particolare Giuseppe Piromalli, benché da anni ristretto in regime detentivo speciale, attraverso i periodici colloqui con i familiari, e facendo leva su un'efficiente filiera comunicativa, sarebbe stato in grado di veicolare all’esterno ordini e messaggi, funzionali alla direzione degli affari del clan, controllati attraverso il figlio Antonio Piromalli (nella foto), destinatario del provvedimento di fermo dello scorso 26 gennaio. Per gli inquirenti un altro ruolo carismatico in seno alla cosca lo avrebbe ricoperto l’ultrasettantenne Antonio Piromalli, defilato sotto il profilo strettamente operativo, ma ancora molto influente nella pianificazione delle strategie criminali dell’organizzazione, soprattutto nel dirimere le controversie sorte tra gli affiliati, anche rispetto a problematiche non prettamente criminali. A lui – secondo le risultanze investigative - era devoluto il compito di rinsaldare i rapporti con la cosca Molè, un tempo alleata, attraverso la figura di Michele Molè, classe'66, che anche per questo sarebbe stato coinvolto nella ripartizione dei proventi derivanti dagli affari criminali legati alla gestione del porto di Gioia Tauro.
Le infiltrazioni nel tessuto economico. Sul piano più generale, le investigazioni del Ros hanno messo in luce anche le infiltrazioni dell’organizzazione criminale sia nel settore agroalimentare che nel settore turistico-ricettivo, attraverso ingenti investimenti di denaro di provenienza illecita nell'acquisto di strutture alberghiere ubicate in zone costiere ad elevata vocazione turistica. Nel comparto oleario è emersa la figura degli imprenditori Domenico e Gioacchino Careri che – secondo l'accusa - sarebbero “da sempre legati a Giuseppe Piromalli, classe '45, e al figlio Antonio, per conto dei quali – annotano gli investigatori - avviavano un’ingente attività di esportazione di olio verso gli Stati Uniti, con la prospettiva di rilevanti introiti derivanti dalla possibilità di commercializzare il prodotto in noti ipermercati americani, potendo contare, tra l’altro, sull’articolato circuito relazionale di Rosario Vizzari, prestanome del sodalizio stabilitosi da anni nel New Jersey”. Un meccanismo che avrebbe consentito ai piromalli di penetrare nel mercato americano con prospettive di guadagno e riciclaggio di denaro.
Il Copam di Varapodio. Nella distribuzione dei prodotti ortofrutticoli è invece emerso come la cosca avesse infiltrato il consorzio Copam di Varapodio, costituito da numerose cooperative calabresi e siciliane. Secondo gli inquirenti i Piromalli avrebbero sfruttato la notevole capacità di approvvigionamento di prodotti agrumicoli “disponendone sul piano gestionale e commerciale, grazie al ruolo di Rocco Scarpari, semplice dipendente ma, di fatto, vero dominus della cooperativa, in quanto referente della cosca gioiese”. Il sodalizio sarebbero così stato in grado di alimentare sia la grande distribuzione del nord-est italiano che il mercato rumeno. Dalle indagini del Ros è emerso come Antonio Piromalli, anche tramite il socio Alessandro Pronesti, ingerisse nella gestione della Copam, sovrintendendo in prima persona a tutta la filiera commerciale di fornitura dei prodotti agrumicoli - stabilendo tempi, quantitativi e prezzi delle merci da esportare - curando i rapporti con le aziende e intervenendo anche nella gestione del personale dipendente del consorzio.
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