Dalla vicenda del termovalorizzatore alla "piattaforma tecnologica". Le paure, le proteste e le vicende sospette riportate dalla commissione d'inchiesta sui rifiuti

di MARIASSUNTA VENEZIANO

Un cavallo bianco che si impenna tra due montagne verdi sullo sfondo di un cielo azzurro. I colori dello stemma della città di Bisignano, in provincia di Cosenza, sono diventati con gli anni molto meno limpidi. Offuscati dai fumi di esalazioni tossiche – alcune solo ipotizzate, tante diradatesi nell’universo degli scontri politici, quasi nessuna attribuita a dei responsabili. Prima ancora che lo scandalo Eni si estendesse a macchia d’olio – è proprio il caso di dirlo – fino a qui dalla vicina Basilicata, Bisignano i timori che qualcosa potesse offuscare i colori vivi del suo stemma li aveva già conosciuti.

Dal termovalorizzatore alla "piattaforma". Sotto quel cielo azzurro, tra quelle montagne verdi, un cavallo indomito costituito da un gruppo di cittadini aveva agitato i suoi zoccoli contro l’ipotesi, sorta in epoca di commissariamento per l’emergenza rifiuti, che in questo pezzo della valle del Crati venisse costruito un termovalorizzatore. L’idea era stata inserita nel “piano regionale di emergenza” del 1998, che prevedeva tra le altre cose l’installazione di due impianti per bruciare i rifiuti all’interno di un “sistema integrato” suddiviso in “Calabria Nord” (Bisignano, appunto) e “Calabria Sud” (Gioia Tauro).

Un momento delle proteste inscenate negli anni scorsi a Bisignano contro l'ampliamento della discarica

La cronaca di quello che avvenne nel “distretto Nord” è riportata nel testo della mozione del 27 luglio 2000, con la quale alcuni consiglieri regionali chiedevano all’allora presidente della Giunta Giuseppe Chiaravalloti, nella sua qualità di commissario delegato all’emergenza rifiuti, di annullare l’ordinanza che riconosceva il territorio di Bisignano idoneo alla realizzazione del termovalorizzatore. Contro questa scelta i cittadini del comprensorio – si legge – avevano “protestato violentemente” e i Consigli comunali avevano chiesto la revoca dell’ordinanza esprimendo “la volontà di puntare sulla vocazione agricola della zona”. Il commissario fece dapprima marcia indietro demandando “alla Commissione scientifica il compito di individuare un altro sito più idoneo”, poi tornò sui suoi passi “sulla base del parere favorevole della Commissione Via, la quale ha ritenuto di esprimersi positivamente sul sito di Bisignano anziché individuarne altri alternativi”. Ne scaturì una marcia di protesta il 21 luglio 2000 e infine l’approvazione della mozione. Di termovalorizzatore non si parla più finché nel 2013 il fantasma si riaffaccia sotto forma di “piattaforma tecnologica dei rifiuti”: un impianto da 180mila tonnellate all’anno per il quale il Comune di Bisignano firma una convenzione con la Regione Calabria e che scatena una nuova ondata di proteste. La vicenda rimane ancora una volta sospesa e intanto l’area “Cosenza Nord”, che un tempo avrebbe dovuto ospitare il termovalorizzatore, si riaffaccia nel rapporto preliminare del Piano di gestione dei rifiuti 2016 della Regione Calabria: qui è prevista la realizzazione di uno dei due nuovi impianti di trattamento che dovrebbero affiancare quelli già esistenti sui quali saranno avviate “attività di ristrutturazione”. Si tratterà di impianti “a impatto ambientale zero”, ha assicurato il presidente Oliverio, ma viste le esperienze pregresse quando si parla di rifiuti a molti calabresi viene naturale guardarsi attorno con sospetto.

Fusti di rifiuti speciali appena stoccati

La relazione della Commissione d'inchiesta del 2000. D’altronde in questa zona della provincia di Cosenza le vicende da guardare con sospetto non si può dire che siano mancate. Nel 2000 la relazione territoriale sulla Calabria della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti presieduta da Massimo Scalia riportava quanto segue: “Nel comune di Acri, nell’estate del 1997, è stato ritrovato un camion abbandonato, che portava numerosi fusti contenenti rifiuti pericolosi, ma, purtroppo, come in altri casi analoghi, le indagini non hanno consentito di individuare l’esatta provenienza e la destinazione finale del carico. Sempre ad Acri, le forze dell’ordine hanno svelato un’attività di trasporto e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi (in particolare, miscele di solventi polari e di sostanze organiche ad alta concentrazione di cromo e materiale solido costituito da cuoio), effettuata nel corso del 1997. I rifiuti, trasportati su un autotreno, in parte venivano scaricati su un terreno sito in località Serra Cavallo del comune di Bisignano, in parte smaltiti presso la discarica di Rsu del comune di Acri, pur in assenza delle prescritte autorizzazioni regionali al trasporto e allo smaltimento di tali rifiuti pericolosi”. Senza contare che a pochi chilometri di distanza, a Lattarico, si aggira ancora lo spettro della “terra dei fuochi” calabrese descritta nei verbali del pentito Mattia Pulicanò.

Tornano i fantasmi? Oggi, lo scandalo Eni getta nuove ombre su questo territorio. Ipotesi ancora tutte da provare e rispetto alle quali la società coinvolta nelle indagini, la Consuleco – che a Bisignano gestisce il sistema di depurazione – si è già detta tranquilla perché “certa della bontà del suo operato e del rigoroso rispetto dei requisiti di legge e delle norme internazionali”. Le indagini della magistratura faranno il loro corso, ma intanto il cavallo bianco ricomincia a scuotere la criniera…

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