Basilicata e Calabria, le storie avvelenate di due regioni vicine non solo geograficamente. Dal Centro oli alla Pertusola Sud e alle ferriti di zinco della Sibaritide: un progresso che spaventa (e che a volte non c'è)

di MARIASSUNTA VENEZIANO

Una veduta di Viggiano. In primo piano una "torcia" Eni

Visto dall’alto, il Centro oli dell’Eni di Viggiano è un grosso rettangolo di acciaio e cemento incastonato tra i campi coltivati e le case di campagna di quest’angolo della Val d’Agri, in Basilicata. È questo l’epicentro di un terremoto che ha colpito tutta l’Italia e le cui "scosse" sono state avvertite distintamente anche in Calabria. Migliaia di tonnellate di scarti dell’estrazione e della lavorazione del petrolio che, secondo l’inchiesta della Procura di Potenza, viaggiavano fino agli impianti di Bisignano e Gioia Tauro, dove arrivavano con certificazioni contraffatte e venivano smaltiti come normali rifiuti. Sei i calabresi indagati. E la nostra regione si ritrova, ancora una volta, a fare i conti con l’ipotesi di essere stata avvelenata per riempire le tasche di imprenditori e faccendieri senza scrupoli. Nella mente sono ancora vive le vicende che negli anni hanno nutrito le cronache di disastri ambientali paventati, ipotizzati, documentati e, quasi sempre, consegnati alla storia ufficiale senza responsabili. Mentre ai territori che quelle vicende hanno ospitato restano l’amarezza per uno sviluppo mai conosciuto e i nomi – quelli sì stampati nero su bianco sui manifesti a bordo strada – dei morti per malattie “sospette”.

Maria Cristina Berardone

Le ferite di Viggiano... Quegli stessi morti di cui, nella veranda della sua casa a Viggiano, parla Maria Cristina Berardone. Un piccolo angolo di paradiso, la sua villetta, dove la serenità se n’è andata quando è arrivata l’Eni. Starà alla magistratura e a eventuali studi epidemiologici accertare la paventata correlazione tra la presenza del Centro oli a pochi passi e quelle malattie “sospette” che hanno colpito familiari e vicini. Quel che è certo sono i cattivi odori che, soprattutto nelle giornate calde, si sprigionano nell’aria risalendo la valle e arrivando fin su al paese. Fino alla finestra di Giambattista Mele, medico e rappresentante dell’Isde (l’associazione dei medici per l’ambiente).

Giambattista Mele, dell'Isde (Medici per l'ambiente)

“Alle mie figlie ho detto: andatevene da qui e non tornate più”. Lui, invece, resta a condurre una battaglia che va avanti da anni, da molto prima che le intercettazioni a un ministro del Governo cominciassero ad attirare in questo angolo di Basilicata gli occhi dell’intero Paese. “Fino a qualche anno fa quando dicevo certe cose ridevano di me, ora vedremo chi riderà”, dice guardando verso il Centro dell’Eni a fondo valle. Lo sguardo si perde ai paesi in lontananza, che una volta giù appaiono molto meno lontani. I cartelli parlano di centri abitati e di eccellenze agroalimentari: i fagioli di Sarconi e il pecorino canestrato di Moliterno, gli stessi che fanno sfoggio di sé sui menu dei ristoranti locali. E che ora temono l’effetto dell’inchiesta.

L'allevatore di Viggiano preoccupato per il calo delle vendite di prodotti caseari

“Non vendiamo più – dice un pastore mentre sta attento a non perdere di vista le capre che corrono al di là della strada – perché dicono che c’è il petrolio che inquina”. Anche se le preoccupazioni c’erano già da prima. “Malattie? Eeeh… qui è pieno di tumori”.

... e quelle di Crotone e della Sibaritide. Lo dicono pure a Crotone i cittadini che più volte sono scesi in strada per “metterci la faccia” e richiamare l’attenzione su quell’incidenza preoccupante di neoplasie, come peraltro certificato un po' di tempo fa dallo studio “Sentieri” dell’Ispra. Qui l’Eni la conoscono per via delle piattaforme per l’estrazione di gas naturale, nell’area in cui sorge il sito archeologico di Capo Colonna. E per la Pertusola Sud, che ora è solo un triste ricordo di quello che doveva essere un polo industriale e di un’inchiesta, denominata “Black Mountains”, che a molti fa male anche per un esito che non è quello che avevano sperato: tutti prosciolti dalle accuse di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, mentre il reato di smaltimento illecito di rifiuti tossici è andato prescritto. Le “montagne nere” di scorie cubilot che secondo l’inchiesta coordinata dal pm Pierpaolo Bruni erano finite nelle strade cittadine e tra le mura di case, scuole e finanche della questura, rimangono consegnate alla mitologia dei veleni. Così come quelle ferriti di zinco interrate tra Cassano e Cerchiara che qualcuno avrebbe portato lì proprio dalla Pertusola. Qualcuno, ma non si sa chi, perché anche l’inchiesta “Artemide” – che parlava di trentamila tonnellate di rifiuti tossici – si è chiusa senza colpevoli mentre le bonifiche dei territori sono arrivate quando probabilmente molti dei danni erano già stati fatti. E anche la Sibaritide paga il suo prezzo di morti “sospetti” a un progresso che non c’è mai stato. Vittima, anche la Calabria, di quella dicotomia lavoro-salute che, oggi a Viggiano come ieri a Crotone, porta molti a chiedersi cosa sia meglio.

Il Centro oli di Viggiano

Salute o lavoro? C’è chi ha paura di ammalarsi, chi di perdere il lavoro e non vuole “sputare nel piatto in cui si mangia”. Perché comunque per qualcuno l’Eni ha portato benessere. Ma è proprio sul concetto di benessere che in questo centro della Basilicata si gioca la partita. Qualcuno, davanti agli allarmi lanciati sui veleni del Centro – allarmi che per il momento hanno portato i carabinieri del Noe ad acquisire migliaia di cartelle cliniche negli ospedali lucani ma dei quali non è stata ancora dimostrata la concretezza – si è trovato di fronte a una scelta difficile: morire di malattia fra dieci anni o di fame subito. Anche se, spiega Mele, salute e lavoro non è detto che si escludano a vicenda: “Basterebbe far rispettare le leggi”.