Il boss vibonese, gli istinti suicidi ed il "rifugio" in Gesù
«È stato inaspettato. Mi hanno condannato all'ergastolo, nonostante fossi un uomo libero. La mia vita è finita in quel momento. Non ho accettato questa profondamente ingiusta condanna. Ero innocente e non riuscivo più a sopportare l'ennesima ingiustizia del sistema giudiziario».
Si è definito «un combattente», Pasquale Bonavota. Il presunto boss del clan di Sant'Onofrio era fra i quattro latitanti più pericolosi d'Italia, almeno fino al 27 aprile scorso quando è stato arrestato a Genova. Propriò lì dove il clan vibonese risulta particolarmente attivo.
Il capoclan ha fornito spontanee dichiarazioni nel corso della udienza del processo "Rinascita Scott", che si tiene nell'area bunker di Lamezia Terme. Le sue parole sono state raccolte dal Corriere della Calabria.
«Non ero più me stesso, ho smesso di ragionare e quando cercavo una soluzione non ne trovavo una se non una sola scelta: il suicidio. Avevo deciso di porre fine a ogni sofferenza. Ma non ho mai provato a mettere in atto quel proposito, nemmeno per un istante. Il suicidio non è una cosa facile, richiede un coraggio straordinario che io non ho mai avuto». Parole forti, quelle di Pasquale Bonavota, 49 anni.
«Nel frattempo, sapevo che sarei stato arrestato a breve a causa della condanna all'ergastolo». Il giorno in cui è stata pronunciata la sentenza, il 23 novembre 2018, «era un venerdì». Bonavota ha raccontato di aver passato tutto il fine settimana a casa, aspettando che venissero ad arrestarlo, senza nemmeno pensare di fuggire.
«Lunedì, verso le 17, esco di casa. Mentre cammino, mi accorgo di essere seguito da cinque o sei carabinieri in borghese. Mi rendo subito conto che stanno cercando di arrestarmi». Bonavota non viene fermato, ma nota che quelle persone lo tengono costantemente sotto controllo. «Mi ritrovo a essere un latitante senza averlo scelto», ha asserito.
«La mia mente mi presenta due possibilità: decidere di vivere o morire. Ho scelto di morire. Non ho avuto il coraggio di suicidarmi, quindi ho deciso di morire per mano degli altri. Ho pensato che la migliore opportunità fosse cercare di sfuggire alla cattura e mettere i carabinieri nella condizione di uccidermi. Ho iniziato a fuggire».
Tuttavia, nulla di ciò che Bonavota aveva immaginato accade: nessuno spara in aria per fermarlo, nessuno gli spara addosso. «Corro, corro più di quanto abbia mai fatto in vita mia. Ma nessuno spara e nessuno mi insegue. Mi ritrovo a essere un latitante senza averlo scelto. Giro per la città di Genova per tutta la notte, senza sapere dove andare. La mattina successiva entro nella prima chiesa aperta che trovo. Piango e, piangendo, mi rivolgo a Gesù come mai avevo fatto prima. Gli parlo come se fosse un mio compagno di banco a scuola. Mi arrabbio profondamente e con forza gli dico: "Ho sempre creduto in te, ti ho amato. Ho commesso degli errori, ma da moltissimi anni ho affidato la mia vita a te"». Racconta di essersi rifugiato in Gesù e di come «lui mi abbia dato la forza di reagire», viene riportato ancora dal Corriere della Calabria.
