La collaboratrice di giustizia Annamaria Cerminara era a conoscenza della rapina al caveau della Sicurtransport, alla quale il suo compagno Giovanni Passalacqua ha partecipato come basista e organizzatore. Era al corrente che il suo convivente conosceva Felice Cialdella, pugliese della zona di Bari attraverso cui era entrato a contatto con alcuni pregiudicati della zona specializzati nelle rapine ai caveau degli istituti di vigilanza. Sapeva che la cellula pugliese era capeggiata da Alessandro Morra e che dalla frequentazione di Passalacqua con quelle persone era nato il progetto criminale di una rapina al caveau di Catanzaro. “In particolare quando costoro gli spiegarono cosa facevano, ne parlò con Paolo Lentini…”. Sulla base del riconoscimento fotografico della Cerminara, la polizia giudiziaria è riuscita ad individuare nel capo area per la Calabria della Sicurtransport Massimiliano Tassone, il basista della rapina.  Troppi dettagli, dichiarazioni tutte concordanti, tali da ritenere Cerminara attendibile. “Ed è l’unica cosa che conta” spiega il gup del Tribunale di Catanzaro Claudio Paris nelle motivazioni con cui ha condannato il 31 agosto scorso Alessandro Morraalla pena di 12 anni di reclusione e 2.200 euro di multa; Matteo Ladogana, Carmine Fratepietro, Pasquale Pazienza e Leonardo Passalacqua a 10 anni, 8 mesi di reclusione e 1.867 euro di multa; Annamaria Cerminara alla pena di 2 anni di reclusione e 500 euro di multa; assolvendo Mario Mancino per non aver commesso il fatto.

I motivi dell’attendibilità della collaboratrice. Per il giudice è credibile al di là delle ragioni più intime che l’hanno spinta a collaborare: la volontà di lasciarsi alle spalle quella vita a contatto con pericolosi ambienti criminali, nella quella l’aveva trascinata il suo compagno o la volontà di troncare la sua relazione, anche facendo arrestare Passalacqua, per intraprendere o proseguire relazioni con altri uomini, la paura delle sue terribili minacce. “Deve precisarsi che la collaboratrice ha intrapreso il proprio percorso collaborativo del tutto autonomamente, recandosi di sua spontanea volontà negli uffici del commissariato di Catanzaro, sicchè non può neppure adombrarsi l’ipotesi che tale scelta sia stata dettata, come potrebbe astrattamente sostenersi per altre collaborazioni, da una precedente cattura e dall’incapacità di sopportarne le conseguenze. Può senz’altro affermarsi, che quel pomeriggio di marzo si reca in Questura in concomitanza all’intensificarsi delle minacce di Passalacqua nei suoi confronti che la fanno addirittura temere per la sua incolumità personale e dei suoi congiunti, come dimostrano le captazioni a quel tempo già in corso”. La credibilità di Cerminara non viene messa in discussione nemmeno “nel momentaneo abbandono della scelta collaborativa, dovuto alle insistenti pressioni di Passalacqua per la paura di essere ucciso”. Per il gup la convivenza con Passalacqua le ha consentito di avere un osservatorio privilegiato sui suoi affari. E la riprova della credibilità “del suo apporto risiede non solo nella linearità, nella coerenza, nella diffusione descrittiva del suo narrato, ma anche nella sorprendente precisione dei tanti riconoscimenti fotografici effettuati, che rende definitivamente incontestabile l’autenticità delle dichiarazioni in esame, costituendo la più efficace delle repliche alle accuse di inattendibilità della collaboratrice rivoltele dalle difese”.

I responsabili della rapina. Cerminara indica Giovanni Passalacqua, il genero di questi Dante Mannolo e Leonardo Passalacqua, come i responsabili della rapina. “Giovanni interessò della questione suo genero Dante Mannolo dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta di San Leonardo Di Cutro. Pur potendo contare sull’appoggio di Paolo Lentini, volle coinvolgere il genero per avere maggiori disponibilità economiche da investire e possibilità logistiche ed operative più sicure. Quindi convinse  Dante Mannolo e i suoi fratelli Giuliano, Rocco Fabio ed Ivan a partecipare all’impresa”. Cerminara ha anche riferito la base logistica individuata da Passalacqua: “La ricerca di quanto necessario per la rapina era anche finalizzata a trovare un capannone in una zona tranquilla dalla quale spostarsi per le fasi di preparazione del colpo. La scelta cadde su un capannone di viale Magna Graecia della ditta Rotundo Gru, Giovanni e Dante Mannolo dissero al padre del titolare che gli occorreva lo stabile per qualche tempo per farci stare dentro alcune persone che dovevano fare un lavoro, gli promisero un regalo e costui gli concesse l’uso, ma pretese di fare un contratto a nome mio che fu effettivamente stipulato ma non registrato. Ho personalmente provveduto a pulire il capannone con la figlia di Giovanni, la moglie di Dante Mannolo”. La collaboratrice ha consentito alla polizia giudiziaria di risalire alla figura di Cesare Ammirato, designato da Passalacqua a reperire un basista all’interno della società Massimiliano Tassone.  Contemporaneamente al reperimento del Capannone, Passalacqua aveva interessato gli zingari di Cosenza per procurare alcune auto che servivano per la realizzazione della rapina da oltre 8 milioni di euro. Un ottavo del bottino spettava ai calabresi, il resto ai pugliesi.

Le dichiarazioni del pentito Mirarchi: Quanto riferito da Cerminara trova riscontro nelle dichiarazioni del pentito Santo Mirarchi: “Posso affermare per certo che la rapina alla Sicurtransport senza il placet di Paolo Lentini non sarebbe mai stata realizzata”.  Mirarchi ha dichiarato di essere stato coinvolto nella rapina nella fase iniziale dal cugino Armando Abruzzese detto Piti Piti, “ma che vi erano problemi organizzativi. Ricordo che conobbi un dipendente della società che avrebbe passato le notizie. Lo vidi di sera e mi ricordo che era robusto di corporatura e che aveva 35, 40 anni. So che faceva i turni all’interno del capannone. Ricordo era la fine del 2015 interpellammo U Gigliotti perché era pratico di rapine. Ricordo anche che sapendo che tra gli insediamenti industriali di Germaneto ove era ubicato il caveau della Sicurtransport, vi era anche un capannone dei Megna adibito a stoccaggio di medicinali, dissi che sarebbe stato necessario parlare con Paolo Lentini, poichè era essenziale sapere se effettuando il colpo avessimo calpestato i piedi ad un soggetto protetto da una determinata cosca. Per questo so che Gigliotti si rivolse al genero perché ottenesse il via libera da Paolo Lentini. Poi non seppi più niente perché fui arrestato. Sicuramente una percentuale( del bottino ndr) sarà andata anche a Piti Piti”.