'Ndrangheta, le mani del clan sui fondi per il terremoto: 10 misure cautelari (NOMI)
Con un’inchiesta precedente, chiamata in codice “Pesci”, i carabinieri di Mantova e la Dda di Brescia avevano acceso i riflettori sugli interessi potente cosca cutrese dei Grandi Aracri nell’area mantovana-reggiana, arrivando a eseguire numerosi arresti, seguiti da altrettanto numerose condanne. Oggi, con un’altra indagine opportunamente “battezzata” dagli investigatori col nome di “Sisma”, si ritiene di aver fatto luce invece su quella che viene definita come una “rinnovata influenza” nella stessa area del nord Italia, della cosca dei Dragone, anch’essa originaria del popoloso centro del crotonese, ed a cui alcuni dei principali indagati odierni sarebbero imparentati. Stamani così il blitz, scattato in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Calabria, che ha portato all’arresto di nove persone (uno ancora ricercato), di cui quatto quelle finite in carcere e cinque ai domiciliari, e fra i quali figurano architetti e ingegneri, imprenditori e soggetti del sistema bancario, ritenuti responsabili a vario titolo, di concussione, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, intestazione fittizia di società, il tutto aggravato dalle finalità mafiose, per aver agevolato in particolare la cosca di ‘ndrangheta dei Dragone di Cutro, nel crotonese.
Il nipote del boss. Al centro dell’inchiesta il nipote di uno storico boss cutrese, pubblico ufficiale con la carica di tecnico istruttore presso i Comuni compresi nel cosiddetto “cratere sismico” della provincia di Mantova, parliamo di Poggio Rusco, Borgo Mantovano, Magnacavallo, Sermide e Felonica. Il funzionario aveva compiti istruttori, di verifica, di rendicontazione e di autorizzazione ai pagamenti dei contributi a fondo perduto stanziati da Regione Lombardia per gli immobili che erano stati danneggiati durante il terremoto dell’ottobre 2012 Secondo gli inquirenti le diverse figure professionali indagate, così come i beneficiari dei finanziamenti, si sarebbero interfacciati con il tecnico secondo un “collaudato schema criminoso” che sarebbe consistito nella corresponsione di denaro, in genere circa il 3% del contributo elargito, per garantirsi la trattazione della propria pratica violando però l’ordine cronologico e con aumenti - talvolta indebiti - dell’importo del contributo pubblico a fondo perduto: in un caso, per esempio, si sarebbe attestato a 950 mila euro invece che i 595 mila stabiliti originariamente. Gli investigatori contestano quindi l’ipotesi di concussione ritenendo che il contributo pubblico venisse elargito ai richiedenti solo a condizione che questi affidassero i lavori di ricostruzione a delle società facenti capo allo stesso tecnico istruttore e al padre di quest’ultimo.
Gli affari. Le indagini farebbero difatti emergere che queste società, che di fatto sarebbero state gestite dal padre del pubblico ufficiale, sarebbero state intestate a prestanome per evitarne il diniego di iscrizione nella cosiddetta white list. Gli approfondimenti investigativi, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Brescia e condotti dai Carabinieri di Mantova sono stati resi possibili da prolungate attività tecniche d’intercettazione, anche con un captatore informatico, affiancate da servizi di osservazione e di pedinamento e di esame della documentazione amministrativa relativa alle pratiche di finanziamento pubblico. A carico degli indagati è stato disposto anche il sequestro delle società ritenute come intestate fittiziamente, delle provviste bancarie e di beni mobili e immobili per un valore di circa due milioni di euro. Nello stesso contesto, la Guardia di Finanza di Mantova, delegata a riscontrare delle possibili condotte di natura penale e tributaria, con particolare riferimento all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, ha concorso con i Carabinieri nell’esecuzione di perquisizioni a carico di alcuni degli indagati.
I NOMI
In carcere: Giuseppe Todaro (Crotone, 37 anni); Raffaele Todaro (Cutro, 61 anni); Rossano Genta (Ostiglia, 67 anni); Felice D'Errico (Villa di Briano, 58 anni); Giuseppe Di Fraia (Casaluce, 56 anni);
Ai domiciliari: Pierangelo Zermani (Medesano, 65 anni); Monica Bianchini (Ostiglia, 58 anni); Antonio Guerriero (Napoli, 49 anni); Enrico Ferretti (Reggio Emilia, 48 anni); Carlo Formigoni (Revere, 73 anni);
Indagato: Francesco Garofalo (Boscotrecase, 55 anni).
