Un capitolo significativo del cammino della Serva di Dio Natuzza Evolo- morta in odore di santità il primo novembre del 2009 e di cui è in corso la fase diocesana della causa di beatificazione - è la visita che la mistica volle fare ai detenuti del carcere di Vibo Valentia il 3 dicembre del 2005. Una visita nel segno della carità e della vicinanza nei confronti di chi ha sbagliato e che nella vita deve sempre avere una seconda possibilità di riprendere con uno spirito diverso e sinceramente cambiato il suo cammino. Quel giorno di tanti anni fa ad accogliere Fortunata Evolo, che all’epoca aveva poco più di 80 anni e che manifestava già da tempo seri probelemi di salute, nella casa circondariale di località Castelluccio fu Rachele Catalano, la direttrice di allora, e i componenti del corpo di polizia addetti alla sicurezza interna, nonché i docenti impegnati nello svolgimento di alcuni corsi professionali a favore dei detenuti.

LA CRONACA DI QUEL GIORNO

La cronaca di quel giorno particolare, in cui mamma Natuzza volle stare accanto, uno per uno, a diversi detenuti per qualche minuto, la racconta Vincenzo Varone in uno dei suoi volumi dedicati a Natuzza Evolo “Il Disegno Celeste”, edito da Libritalia, da tempo ai primi posti tra i libri più venduti di “Amazon” nella categoria “Spiritualità Cristiana” . Gli incontri con i carcerati, preceduti dagli auguri formulati a tutto il personale della struttura, avvennero -si legge nel racconto di Varone - nella sala polifunzionale del carcere nel segno della grazia di Dio, pronta ad arrivare dove regnano le privazioni e l’abbandono. E quel giorno, con il suo sorriso, Natuzza portò, dalle 8,30 alle 12, tanto durò la visita, nel carcere di Vibo Valentia, e anche nei reparti protetti, la paterna protezione di Gesù, la materna protezione della Vergine Maria e lo spirito di carità di san Francesco di Paola, compagno inseparabile del suo cammino, i suggerimenti degli Angeli custodi che accompagnano in ogni istante la nostra vita di piccoli uomini, nonché la vicinanza di Padre Pio e lo spirito di accoglienza della sua Villa della Gioia, dove ogni giorno arrivano tantissimi pellegrini.

LA LETTERA DI NATUZZA

«Figli cari, – si legge nella lettera che quel 3 dicembre la mistica consegnò ai detenuti insieme a un libro e a una immagine del Cuore immacolato di Maria Rifugio delle Anime – non vivete nelle tenebre, cercate di vivere nella l uce. Dietro le sbarre vi state guadagnando il Purgatorio. Con tutti i vostri errori Gesù vi ama tanto e vi vuole bene. Quando sarete a casa con le vostre famiglie, che vi mancano tanto, cercate di non lasciarvi tentare dal demonio. Cercate di vivere una vita serena. Cercatelo Gesù. Lui vi dà tanta forza, pace e serenità. Io vi sarò vicina con le mie povere preghiere e vi voglio bene». Parole semplici e chiare che ancora oggi fanno riflettere, suscitando commozione nel cuore di chi le legge.

LA RISPOSTA DEI DETENUTI

E i detenuti risposero a mamma Natuzza con dei versi in dialetto. In uno scritto dalla grafia incerta e quasi tremolante, che riportiamo testualmente, si legge: «O mamma, grazi picchì’ m’inzignasti cà senza i Dio nessunu po fa nenti, di Cristu puru tu ti di rallegrasti, Gesù e resuscitatu veramenti» [O mamma, grazie perché ci hai insegnato che senza Dio nessuno può fare niente, anche tu ti sei rallegrata di Cristo, Gesù è risuscitato veramente].

UNA LUCE NEL BUIO DELLA SOLITUDINE

Da quel giorno sono passati quasi vent’anni, ovvero più di una stagioene, Natuzza nel frattempo è venuta a mancare e nel giorno della sua dipartita terrena si è pianto e si è pregato – come in ogni luogo nche nel carcere di Vibo Valentia. Per quanto riguarda, invece, i detenuti presenti a quell’incontro, alcuni di loro probabilmente non hanno ancora finito di scontare la loro pena, altri invece hanno già pagato il conto con la giustizia e con la società, tant’è che qualcuno ha avuto anche modo di offrire in questi ultimi anni, attraverso il web, la sua testimonianza di quella visita prenatalizia di mamma Natuzza: una luce nel buio della solitudine; un atto d’amore mai dimenticato. L’avvio di un percorso sulla strada della conversione grazie alla grande opera umanitaria svolta nel silenzio e con la forza dirompente della preghiera dalla serva di Dio Natuzza Evolo: una donna umile e salda nella fede che si è sempre definita con grande umiltà «un verme di terra».