Infiltrazioni mafiose nel porto di Gioia Tauro, dieci condanne per la cosca Pesce
Un solo assolto nel processo d'appello nato dall'inchiesta della procura antimafia "Porto franco" sulla potente cosca di Rosarno
Si è concluso il processo d’appello del procedimento nato dall’inchiesta della Distrettuale antimafia di Reggio Calabria denominata “Porto franco”. Il procedimento è incentrato sulla infiltrazione della cosca Pesce di Rosarno nell’indotto del terziario che opera nell’area portuale della Piana di Gioia Tauro.
La sentenza La Corte ha confermato le condanne per Rocco Rachele a 11 anni di carcere, Salvatore Pesce e Giuseppe Franco 10 anni, Franco Rao 7 anni e 4 mesi, Giuseppe Florio 6 anni, Francesco Olivero 4 anni. I giudici hanno concesso un leggero sconto di pena a Domenico Canerossi, che passa da 6 anni e 4 mesi a 5 anni e otto mesi, e a Bruno Stilo da 5 anni e 6 mesi a 5 anni e quattro mesi. La Corte ha assolto, invece, Marco Mazzitelli, difeso dagli avvocati Guido Contestabile e Giuseppe Catalano. Gli imputati giudicati ieri sono quelli che hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato. In primo grado, il gup distrettuale aveva condannato 11 dei 22 imputati. La procura non aveva ricorso in appello per gli assolti.
Le accusa I reati per i quali sono stati giudicati sono associazione mafiosa, riciclaggio di proventi di illecita provenienza, trasferimento fraudolento di valori, contrabbando di gasolio e di merce contraffatta, frode fiscale attraverso l’utilizzo e l’emissione di fatture per operazioni inesistenti. Tutti reati aggravati dalle modalità mafiose.
L'inchiesta L’indagine avrebbe dimostrato come la cosca Pesce si sarebbe infiltrata nel tessuto economico caratterizzato dai servizi connessi all’imponente operatività del porto di Gioia Tauro esercitando un soffocante controllo sulle attività economiche presenti nella zona portuale, dirette ad assicurare all’organizzazione ingenti risorse finanziarie, mirando poi a ripulire i proventi dei reati consumati, grazie anche all’aiuto di soggetti estranei all’organizzazione mafiosa. L’inchiesta avrebbe consentito di portare alla luce l’asfissiante sistema di controllo dei servizi connessi alle operazioni di import-export e di trasporto merci per conto terzi dalle cosche nel porto di Gioia, nonché di ritenere provata l’appartenenza all’organizzazione criminale di stampo mafioso di soggetti, fino ad ora non coinvolti in altre operazioni di polizia.
