Omicidio di 'ndrangheta: il "killer" era a un funerale, assolto dopo 30 anni (NOME)
Crolla l'accusa di ergastolo per l'imputato. La Corte d’Assise di Catanzaro accoglie l'alibi della difesa: il 72enne non era sul luogo dell'esecuzione
Si chiude con un’assoluzione piena il processo a carico di Mario Esposito, il 72enne di Isola Capo Rizzuto accusato di essere uno degli esecutori materiali dell'omicidio di Giovanni Vatalaro, avvenuto nell'inverno del 1991. Nonostante la richiesta di ergastolo formulata dalla Procura Antimafia, i giudici della Corte d’Assise di Catanzaro hanno fatto cadere le accuse, validando l'alibi presentato dai legali dell'imputato.
Il fatto di sangue risale al 23 febbraio 1991. Quel giorno, Giovanni Vatalaro stava percorrendo le strade di Crotone quando fu indotto a fermarsi da un finto posto di blocco. Due sicari, utilizzando una paletta segnaletica contraffatta, lo costrinsero ad accostare. Una volta fatto scendere dal veicolo — sotto gli occhi della moglie terrorizzata, rimasta a bordo dell'auto — l’uomo fu freddato con una scarica di colpi di fucile e pistola.
Secondo l’impianto accusatorio, basato sulle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, il delitto sarebbe stato una rappresaglia interna alle dinamiche delle cosche crotonesi, una vendetta per l'uccisione del boss Vittorio Cazzato.
Per anni, gli inquirenti hanno dipinto la figura di Esposito come quella di un insospettabile: imprenditore alla luce del sole, ma membro operativo del gruppo di fuoco della cosca Arena di notte. Secondo le rivelazioni di pentiti come Giuseppe Vrenna e Luigi Bonaventura, Esposito avrebbe fatto parte di quei commando che, travestiti con parrucche e barbe finte, setacciavano il quartiere Fondo Gesù a caccia di rivali.
Tuttavia, le testimonianze dei collaboratori non sono state ritenute sufficienti a reggere il peso di una condanna definitiva.
A ribaltare l’esito del processo è stato il lavoro del collegio difensivo, che ha scardinato le accuse puntando su due elementi critici. Gli avvocati hanno evidenziato profonde contraddizioni nei racconti dei collaboratori, che spesso si sovrapponevano o si smentivano a vicenda. Il pilastro fondamentale della difesa è stata la dimostrazione che, proprio nell'ora del delitto, Esposito stava partecipando a una veglia funebre familiare. Attraverso certificati anagrafici e indagini difensive, è stato provato che l'imputato si trovasse in un luogo incompatibile con la scena del crimine.
Dopo oltre tre decenni di ombre, la parola "fine" su questa vicenda giudiziaria restituisce la libertà al 72enne, lasciando ancora aperto il mistero sui veri esecutori del delitto Vatalaro.
