Nuovo capitolo nel processo Petrolmafie, l’inchiesta coordinata dalla Dda di Catanzaro che ha messo nel mirino il clan Mancuso e i loro presunti affari nel commercio illecito di prodotti petroliferi. La Corte d’Appello, presieduta da Roberta Carotenuto con a latere Giovanna Mastroianni e Carmela Tedesco, ha emesso sentenze di condanna nei confronti di 8 imputati che hanno scelto il rito ordinario, riducendo in parte le pene stabilite in primo grado dal Tribunale di Vibo Valentia il 1° dicembre 2023.

Le condanne in secondo grado

Le pene inflitte variano da 8 anni fino a 1 anno e 8 mesi di reclusione. Tra i condannati figurano:

  • Alberto Coppola: 8 anni (in primo grado 9 anni e 10 mesi)
  • Francesco Mancuso: 6 anni, 9 mesi e 10 giorni (in primo grado oltre 10 anni)
  • Nicola Amato: 3 anni e 6 mesi
  • Roberta Coppola: 3 anni
  • Giulio Mitidieri: 3 anni
  • Damiano Sciuto: 2 anni e 10 mesi
  • Gennaro Vivese: 1 anno e 8 mesi
  • Sergio Leonardi: pena complessiva di 6 anni e 8 mesi con multa da 8.877 euro

Per alcuni è stata inoltre revocata l’interdizione dai pubblici uffici. La Corte ha anche stabilito che Francesco Mancuso dovrà risarcire le spese legali ai Comuni di Vibo Valentia, Limbadi e Sant’Onofrio, costituitisi parte civile.

Processo ancora in corso per altri 40 imputati

Restano a giudizio altri 40 imputati eccellenti, tra cui l’ex presidente della Provincia di Vibo Salvatore Solano e l’ex consigliere comunale Francescantonio Tedesco, considerato vicino al clan Anello. La posizione del boss Luigi Mancuso era già stata stralciata per confluire nel maxi processo Rinascita Scott.

Tra i nomi ancora coinvolti ci sono anche Anna Bettozzi, imprenditrice e volto noto dello spettacolo, oltre a Francesco Saverio Porretta e Irina Paduret, indicati come presunti broker.

Prossime udienze e parti civili

La prossima tappa processuale è fissata al 16 ottobre 2025, quando si terrà la requisitoria del sostituto procuratore generale e le arringhe difensive delle 12 parti civili: tra queste la Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’Interno, l’Agenzia delle Entrate, la Regione Calabria e diversi Comuni calabresi.

Le accuse contestate

Agli imputati vengono contestati reati pesanti: associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, evasione fiscale e frodi sulle accise e utilizzo di fatture false e documenti contraffatti.

Tutti reati aggravati dall’agevolazione dell’attività della ’ndrangheta del clan Mancuso di Limbadi, storicamente tra i più potenti della Calabria.