'Ndrangheta e rifiuti a Vibo, il pentito: "Ecco chi incendiò il furgone dell'Ased"
L'impresa Ased di Melito Porto Salvo sarebbe finita nel mirino delle cosche vibonesi, nella fattispecie di quella dei Pardea-Ranisi, durante il periodo di proroga successivo alla scadenza dell'appalto per la raccolta dei rifiuti solidi urbani a Vibo. La fase indicata è quella compresa tra il dicembre 2015 ed il novembre 2016. Infatti, la proroga inizialmente di otto mesi, divenne poi di 11 mesi. E' il collaboratore Bartolomeo Arena a soffermarsi sulle spartizioni delle tangenti nel settore. "Dopo aver offerto uno spaccato stabile dell'inserimento della criminalità organizzata locale nel settore della nettezza urbana, Arena riferisce l'escalation della 'ndrina Ranisi e le dinamiche interne al sodalizio nell'ultimo decennio". Il collaboratore delinea, peraltro, estorsioni nella città di Vibo, molte delle quali già confluite nei fascicoli di Rinascita Scott. Arena, a proposito della questione rifiuti, ha riferito "di un'intimidazione posta in essere nei confronti di una ditta di Melito Porto Salvo, la Ased, che gestiva la raccolta dei rifiuti.
Secondo Arena, "poco dopo la scarcerazione di Francesco Antonio Pardea, quest'ultimo, unitamente a quest'ultimo, unitamente a Salvatore Morelli, ha ordito tale atto intimidatorio, delegandolo, per l'esecuzione, a Domenico Camillò e Michele Pugliese Carchedi". I dettagli forniti dal collaboratore di giustizia, relativo al periodo in cui è stato commesso il fatto, alla particolare tipologia di azione e all'indicazione in merito alla provenienza della ditta interessata dall'intimidazione, "hanno consentito di risalire all'azienda vittima dell'atto".
Bartolomeo Arena ha chiarito che "Poco dopo la scarcerazione di Francesco Antonio Pardea, quest'ultimo e Salvatore Morelli fecero incendiare un furgone dell'azienda che aveva l'appalto proveniente da Melito Porto Salvo. Agirono Domenico Camillò e Michele Pugliese Carchedi, i quali fecero scendere gli operai dal furgono e lo incendiarono. A quanto io ne sappia -ha sostenuto Arena -l'azienda non ha mai ceduto alle richieste estorsive, sebbene il nostro gruppo era a conoscenza che nella sua zona di origine si era messa a posto con la criminalità organizzata locale. Non ricordo l'epoca esatta dell'incendio del gurgono -ha aggiunto -ma posso dire certamente che Francesco Antonio Pardea era già uscito dal carcere".
Prima ancora, "l'appalto -ha concluso il collaboratore -era affidato alla Proserpina, riconducibile ai Mancuso, per la quale lavorava Cicerone, nipote di Antonio Mancuso".
