Corpo senza vita nel mare del Vibonese, la disperazione degli studenti
In una lettera, il racconto degli studenti che per primi avvistarono i corpi: «Non era un film, era un viaggio spezzato a pochi metri da noi. Non possiamo restare indifferenti»

Ci sono lezioni che non passano dai libri di testo, ma squarciano la quotidianità attraverso il vetro di una finestra. Per gli studenti della classe 5° B del Liceo Scientifico "P. Galluppi" di Tropea, la realtà del Mediterraneo è diventata improvvisamente un urlo di orrore e pietà. È stata Clara, a nome dei compagni, a mettere nero su bianco quelle sensazioni in una toccante lettera inviata al quotidiano Avvenire, ricostruendo la mattinata in cui il mare ha smesso di essere un panorama da ammirare per trasformarsi in un cimitero a cielo aperto.
«Lo vedi che ci sono le gambe? Quella è la testa! È un uomo morto!». Le grida che hanno scosso i corridoi del liceo un mese fa non provenivano da un racconto lontano. Attorno a un salvagente arancione, tra le onde che solitamente incorniciano le ore di lezione, galleggiava ciò che restava di un uomo. Un migrante partito dalla Tunisia, forse una delle tante vittime inghiottite dal ciclone "Harry", il cui viaggio si è interrotto a un passo dalla terraferma.
I ragazzi, con il riflesso incondizionato della loro generazione, hanno usato i telefoni. Non per violare le regole scolastiche o per spettacolarizzare la morte, spiega Clara, ma per un bisogno istintivo di «fermare quell'istante, di non lasciarlo scivolare via come una notizia tra tante». Quei video, finiti poi sui media nazionali, sono diventati la prova granulosa di una tragedia che troppo spesso viene ridotta a statistica.
Dopo il ritrovamento del corpo (inizialmente si pensava fossero due, un'immagine che resta scolpita nella memoria degli studenti), il dirigente scolastico Nicolantonio Cutuli ha trasformato il trauma in un percorso di consapevolezza, organizzando incontri con la Guardia Costiera, giornalisti e Ong.
«Abbiamo riflettuto sulla fortuna di trovarsi dalla parte “giusta” del mondo», prosegue Chiara nella lettera. Il pensiero corre inevitabilmente a Cutro, altra cicatrice indelebile sulla pelle della Calabria. Per questi diciannovenni, quel corpo restituito dal mare è diventato il simbolo di una «dignità tradita». Prima di essere "emergenze" o "sbarchi", scrivono i ragazzi, quelle persone erano volti, sogni e famiglie che oggi, in Tunisia o in Libia, aspettano risposte che forse non arriveranno mai.
Tra il 6 e il 20 febbraio sono stati quattordici i corpi restituiti dal mare tra la Calabria tirrenica e la Sicilia. Identità quasi sempre impossibili da ricostruire, destinate all'anonimato delle fosse comuni. Ma per la 5° B di Tropea, quell'uomo nel salvagente arancione ha ora dei testimoni.
«La dignità non è una parola astratta», conclude Clara. «È qualcosa che si difende scegliendo di guardare, di non voltarsi dall'altra parte». In un mondo che sembra aver dimenticato l'umanità, questi ragazzi hanno deciso di farsi custodi di una memoria scomoda, chiedendosi, con la spietata sincerità dei vent'anni: «Se il mare è innocente, noi possiamo davvero dirci tali?».
