Giustizia lumaca in Calabria: per una causa iniziata nel 2013 si torna in aula nel 2030
Dito puntato contro i tempi della giustizia civile dopo un provvedimento della Corte d'Appello che fissa la prossima udienza tra quasi quattro anni. «Non è colpa dei magistrati, ma di un sistema che non regge più»
Una causa civile iniziata nel 2013 e una nuova udienza fissata al 6 marzo 2030. È il caso portato all'attenzione dell'opinione pubblica dall'avvocato Antonello Talerico, componente del Consiglio nazionale forense per il distretto della Corte d'Appello di Catanzaro, che denuncia le difficoltà in cui versa la giustizia civile calabrese.
Al centro della vicenda c'è un provvedimento depositato lo scorso 9 giugno dalla Corte d'Appello di Catanzaro, con il quale viene rinviata di quasi quattro anni la trattazione di un giudizio di secondo grado. Un rinvio che, secondo il legale, rappresenta il simbolo delle criticità di un sistema ormai sotto pressione.
«Non si tratta di un errore materiale o di una svista del giudice», osserva Talerico. «Lo stesso provvedimento spiega che le risorse della sezione devono essere destinate prioritariamente ai procedimenti più risalenti, secondo quanto previsto dal piano straordinario di smaltimento dell'arretrato introdotto dalla normativa del 2025. Chi resta fuori da quei criteri viene inevitabilmente rinviato, anche di quattro anni».
Per il componente del Consiglio nazionale forense emerge così un evidente paradosso. «La legge nasce con l'obiettivo di accelerare i processi e contribuire al raggiungimento dei traguardi del Pnrr, ma nella realtà produce l'effetto opposto. Una norma pensata per ridurre i tempi finisce, almeno in alcuni casi, per allungarli ulteriormente», afferma.
Secondo Talerico il problema non riguarda esclusivamente il singolo procedimento, ma riflette una situazione strutturale. «Ogni anno si illustrano dati sul calo dell'arretrato e sugli obiettivi raggiunti. Tuttavia, quando un cittadino riceve un provvedimento che lo invita a tornare in aula tra quattro anni, è evidente che qualcosa non funziona. Tra le statistiche e la realtà vissuta dagli utenti della giustizia esiste una distanza che non può essere ignorata».
L'avvocato precisa di non voler attribuire responsabilità ai magistrati. «Conosco bene i carichi di lavoro degli uffici giudiziari e so quanto i magistrati operino in condizioni difficili, spesso con organici insufficienti e ruoli ingestibili. Il provvedimento della Corte non è il frutto dell'inerzia di chi amministra la giustizia, ma il segnale di un sistema che soffre per carenze organizzative e strutturali».
Da qui l'appello a un deciso cambio di passo. «Occorrono investimenti, nuove assunzioni di magistrati e personale amministrativo, un'organizzazione più efficiente e riforme capaci di incidere realmente sulla durata dei processi. Non basta spostare in avanti il problema».
Infine, Talerico richiama il valore costituzionale della ragionevole durata del processo. «I cittadini non chiedono privilegi, ma soltanto di ottenere una decisione quando questa può ancora incidere concretamente sui loro diritti. Se una sentenza arriva dopo decenni, il rischio è che abbia ormai perso la propria utilità. La giustizia deve essere tempestiva, altrimenti finisce per trasformarsi in una risposta tardiva che non soddisfa più le esigenze di chi l'ha attesa per anni».
