Le Borse mondiali, dominate da timori e preoccupazioni relative alla guerra in Ucraina, registrano un nuovo calo, mentre continua il rialzo delle quotazioni di gas e petrolio: lunedì mattina il gas ha toccato il massimo storico di 230 euro per megawattora, e con l'annuncio Usa di un possibile embargo - insieme all'Ue - al petrolio russo il prezzo del greggio ha ripreso a salire (mentre in Italia la benzina ha sfondato quota 2 euro al litro anche in modalità self e il diesel è ai massimi dagli anni Ottanta). E contemporaneamente continuano a crescere anche le quotazioni delle materie prime, in particolare il nichel e il palladio, ma anche oro, alluminio e rame.

Ma che cosa accadrebbe se la paventata messa al bando del petrolio russo si concretizzasse con sanzioni europee e americane? Secondo un'analisi del Financial Times, lo stop colpirebbe il 5% delle forniture globali di greggio e il 10% dei prodotti raffinati. Ma anche se non si arrivasse a un embargo, le sanzioni già decise contro Mosca hanno determinato un fuggi-fuggi di imprese, investimenti e tecnologie che può comunque danneggiare le capacità di produzione russa.

Secondo il quotidiano economico americano, le impennate dell'oro nero potrebbero essere destinate a proseguire come già accaduto nel 2008, anno del precedente picco di prezzo del petrolio: allora la Russia stava per invadere la Georgia e i Paesi occidentali premevano sull'Arabia Saudita, primo produttore globale e dell'Opec, per aumentare l'offerta e cercare di contenere le quotazioni. La crisi attuale, però, arriva dopo una lunga fase in cui, a seguito delle scelte di transizione energetica e "green", in molti Paesi gli investimenti in nuova produzione sono stati frenati e le forniture non tengono in passo della domanda. In questo modo, in un tempo relativamente breve si è passati dalla convinzione che la rivoluzione su petrolio e gas di scisto Usa avesse creato un'era di abbondanza delle forniture a una situazione diametralmente opposta.