'Ndrangheta: Dda chiede rinvio a giudizio di Salvatore Mancuso per estorsione
A trasmettere gli atti alla Distrettuale di Catanzaro era stato il Tribunale di Vibo dopo la modifica del capo d'imputazione ad opera della Procura vibonese
Estorsione aggravata dal metodo mafioso. Questa l'accusa per la quale il pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, ha chiesto al gup distrettuale il rinvio a giudizio di Salvatore Mancuso, 49 anni, di Limbadi, da un paio di anni residente a Giussano, in Lombardia. Era stato il Tribunale monocratico di Vibo Valentia, presieduto dal giudice Lucia Monaco, a restituire il 19 novembre scorso gli atti al pm della Procura di Vibo Valentia, Michele Sirgiovanni, affinchè li trasmettesse per competenza alla Dda di Catanzaro.

Il pm della Procura di Vibo, Michele Sirgiovanni, nel novembre scorso aveva infatti chiesto al Tribunale la modifica del capo di imputazione nei confronti di Salvatore Mancuso, contestando pure le modalità mafiose nella commissione del reato e qualificandolo come estorsione anzichè furto. Da qui l’accoglimento della richiesta del pm da parte del Tribunale e la conseguente dichiarazione di incompetenza territoriale. Processo sospeso, quindi, e trasmissione di tutti gli atti alla Dda di Catanzaro.
L’originario capo di imputazione per il quale Mancuso si trovava sotto processo dinanzi al Tribunale monocratico di Vibo era quello di furto di beni esposti per necessità alla pubblica fede a Limbadi. In particolare, il furto riguarda 53 aste di perforazione, una punta per trivella ed un occhiello in ferro filettato. Si trattava di una contestazione emersa nell’ambito di un filone investigativo dell’inchiesta denominata “Ultimo Incanto” condotta sul campo dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia, all’epoca diretta da Maurizio Lento e dal suo vice Emanuele Rodonò. Parte lesa nella vicenda giudiziaria che interessa Salvatore Mancuso, difeso dall’avvocato Francesco Sabatino, è l’imprenditore vibonese Salvatore Barbagallo, attuale testimone di giustizia. L’intera operazioe “Ultimo Incanto” della Squadra Mobile di Vibo era poi scattata, con il coordinamento della locale Procura, il 13 maggio 2010 contro un “sistema” di aste giudiziarie truccate ed irregolari.

Il profilo. Salvatore Mancuso è figlio di Ciccio Mancuso, ritenuto il capo storico della “famiglia”, deceduto il 17 agosto 1997 per un male incurabile. Si tratta dello stesso Francesco, “Ciccio”, Mancuso, che nel 1983 si candidò alla carica di consigliere comunale nel Comune di Limbadi risultando il secondo degli eletti pur essendo all'epoca latitante. L’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, appresa la notizia, sciolse d’autorità quel Consiglio comunale subito dopo le elezioni impedendone l'insediamento. Si trattò del primo scioglimento per mafia in Italia di un Consiglio comunale, pur non esistendo all’epoca una legge sullo scioglimento per infiltrazioni mafiose degli enti locali.
Salvatore Mancuso, non è nuovo alle cronache giudiziarie. E’ stato infatti già condannato dal Tribunale di Monza per usura, reati legati agli stupefacenti e detenzione illegale di un consistente arsenale di armi da guerra rinvenuto in un box di Seregno. Il Tribunale di Monza aveva poi trasmesso gli atti alla Procura di Milano per procedere contro Mancuso in ordine al reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, mentre la Dda di Catanzaro l’aveva tratto in arresto per due episodi di estorsione aggravata dalle modalità mafiose nell’ambito dell’operazione “Time to Time” scattata nel 2010. (g.b.)
