Tra gli assolti anche l'imprenditore Massimo Poggi. Crollano le accuse di bancarotta fraudolenta e truffa

di GABRIELLA PASSARIELLO

Con una condanna e cinque assoluzioni si è concluso il primo capitolo giudiziario relativo ai presunti illeciti connessi al fallimento dell’ex società calcistica dell’Us Catanzaro, dichiarata fallita il 15 giugno del 2007. I giudici del Tribunale collegiale, presieduto da Tiziana Macrì ha condannato Claudio Parente, difeso dall’avvocato Armando Veneto e Giacomo Maletta ad 1 anno e 10 mesi di reclusione, pena sospesa e non menzione,  (il pm ha chiesto 4 anni) , mentre ha assolto l’imprenditore Massimo Poggi, difeso dagli avvocati Antonella Canino e Francesco Gambardella (il pm ha chiesto 4 anni) il commercialista Giuseppe Ierace, difeso dal legale Giuseppe Fonte ( il pm ha chiesto 3 anni), il “traghettatore” dell’epoca Domenico Cavallaro, 54 anni, di Roma, (il pm ha chiesto 3 anni) difeso dall’avvocato Antonietta Denicolò, Bernardo Colao (il pm ha chiesto 2 anni), difeso dagli avvocati Salvatore Staiano e Bruno Ganino e l’avvocato Gerardo Carvelli, ( il pm ha chiesto 2 anni), codifeso dai legali Giuseppe Carvelli e Felice Foresta. Crollano  le accuse di bancarotta fraudolenta e truffa. Il pubblico ministero Vito Valerio oltre alla condanna dei sei imputati, che a vario titolo, all’epoca dei fatti, hanno ricoperto un ruolo all'interno dell' Us Catanzaro, oggi in aula ha inoltre chiesto per il capo di imputazione relativo ai lavori di ristrutturazione dello stadio “Nicola Ceravolo” l’assoluzione per insufficienza di prove e per il reato di truffa il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Durante la requisitoria il pubblico ministero ha ripercorso gli atti di indagine: dalla presentazione di un bilancio solo apparentemente florido e meritevole di finanziamenti pubblici, ma in realtà insussistente, all’acquisizione di somme indebitamente percepite fino al trasferimento illecito delle stesse ai soci.

L’inchiesta. Le indagini, affidate alla Guardia di finanza, erano state avviate anche sulla scorta della segnalazione del curatore fallimentare che, all’epoca dei fatti, stava seguendo le complesse vicende di natura amministrativa della società di calcio. Le difficoltà finanziarie della società erano iniziate nel 2003, ma si erano manifestate durante i due campionati di serie B nelle stagioni 2004 -2005 e 2005 -2006. I debiti, secondo quanto sostenuto dalla pubblica accusa, sarebbero stati determinati, essenzialmente, dal continuo avvicendarsi della dirigenza che avrebbe impedito una seria programmazione dell’attività d’impresa, causando il ritardo e l’omesso pagamento di debiti fiscali e previdenziali, compreso il mancato versamento dei contributi degli stipendi ai calciatori. Secondo l’accusa si sarebbe trattato di una mancata riorganizzazione della società che non  avrebbe proceduto a sanare i propri debiti.

Il sequestro milionario poi annullato. Dalla verifica fiscale relativa agli anni 2006 e 2007, sarebbe emersa un’indebita percezione di circa 3 milioni e mezzo di euro erogati dalla Lega Calcio e di circa 500mila euro erogati dalla Provincia e dal Comune di Catanzaro. Un’indebita percezione che aveva portato al sequestro dei beni degli amministratori, per un importo complessivo di oltre tre milioni di euro, a garanzia della massa debitoria. Beni poi dissequestrati dal Tribunale della libertà di Catanzaro che aveva annullato il provvedimento di sequestro preventivo dei beni a carico del consiglio di amministrazione della società Us Catanzaro 1929. Poi il ricorso in Cassazione da parte della Procura, bocciato dalla Suprema corte, che aveva confermato il dissequestro disposto dal Tdl.