Tra i locali di 'ndrangheta individuati dagli inquirenti nel Vibonese, come emerge dalle motivazioni della sentenza in abbreviato del processo scaturito dall'operazione Rinascita Scotta, c'è anche quello di Zungri, capeggiato dal boss Peppone Accorinti. Il clan opera da decenni in una precisa zona della provincia di Vibo, quella del Monte Poro, con sotto-articolazioni, sia in territori contigui (Briatico e Cessaniti). Ad occuparsi della questione, nel corso del procedimento, vari collaboratori di giustizia: Raffaele Moscato, Andrea Mantella, Emanuele Mancuso e Bartolomeo Arena.

Sono proprio loro, in diverse occasioni a mettere in evidenza come costui nutrisse astio verso alcuni gruppi vibonesi, ad esempio, quelli che facevano riferimento ai Ranisi e a Mommo Macrì,  "che ne progetta finanche l'uccisione dopo la nota rissa presso il bar Leaving di Vibo Valentia per via della partecipazione ad essa dei nipoti dello stesso Accorinti". Per risolvere la questione, Peppone Accorinti deve, infatti, far intervenire addirittura Saverio Razionale "perchè faccia da paciere".

Nella locale di Zungri, significativa è la posizione che assume -secondo gli inquirenti -Gregorio Niglia, che nel processo rispondeva sia dell'appartenenza al sodalizio mafioso che a quello dedito al narcotraffico. Di lui e del padre Giuseppe parlano diversi collaboratori. "Raffaele Moscato, nell'interrogatorio del settembre 2015, ha affermato trattarsi di appartenenti alla cosca di 'ndrangheta degli Accorinti, di entrambi i Niglia, indicandoli come "Lollo" (pseudonimo con cui viene chiamato Gregorio Niglia) che Pino 'U Cane (Giuseppe Niglia)".

Anche Andrea Mantella, nell interrogatorio del 31 agosto 2016, li individua espressamente tra gli appartenenti alla locale di Zungri": "I Niglia ricordo che ci sono padre e figlio che abitano a Briatico e fanno parte del gruppo di Peppone Accorinti".

Sui due congiunti ha riferito anche Emanuele Mancuso nell'interrogatorio del 19 settembre 2019, definendo Francesco Giuseppe Niglia, "come "un criminale di vecchio stampo" e Gregorio Niglia "un malato di 'ndrangheta che ha la fissazione per la Madonna di Polsi, ovviamente non nel senso che è un devoto", totalmente a disposizione, come il padre, di Peppone Accorinti ("personaggi che ti fanno capire di essere a completa disposizione e sottolineo a qualunque cosa".

Ad aiutare il boss,  "nei periodi di latitanza -ha riferito il collaboratore di giustizia - c'era anche Cichello, quello che ha le automobili nel rettilineo di Mesiano, Gregorio Niglia, il soggetto di Paravati che ho indicato nei precedenti verbali e che si chiama Michele, il nipote Angelo Accorinti, nonché i Carà, parenti della moglie di Peppone Accorinti. Gregorio Niglia, invece, "con me personalmente si vantava di aver avuto rapporti con gente di San Luca oltre che altre famiglie di 'ndrangheta presenti nel reggino. Con queste persone lui si esponeva portando avanti oltre al nome di Peppone Accorinti, anche il nome della mia famiglia, ovvero i MANCUSO. Conosco anche il padre di Niglia -ha aggiunto il collaboratore, soggetto con i buffetti bianchi, che gestisce una gelataria. Con lui ho trascorso un periodo di detenzione e nell'occasione mi disse che lui era molto vicino alla mia famiglia, tanto è vero che si comportò benissimo nei miei confronti. Che io sappia lui non apparteneva criminalmente a Peppone Accorinti, ma comunque si trattava di un criminale di vecchio stampo in particolare nel metodo di comunicare e di fare affari illeciti. So che non trattava il traffico di sostanza stupefacente. Si tratta di quei personaggi che rifanno capire di essere a completa disposizione e sottolineo a qualunque cosa, e dei quali quindi puoi avere la certezza che fanno degli ambienti criminali".