'Ndrangheta, innocente assassinato in Calabria: due condanne a 30 anni (NOMI-FOTO)
La sentenza emessa dal gup della Distrettuale antimafia, il dottor Luca Bonifacio, ha gettato luce su un oscuro capitolo della criminalità calabrese, svelando la tragica vicenda di Antonio Maiorano, vittima innocente di una faida tra potenti cosche del Tirreno cosentino. Il processo ha condannato Romolo Cascardo a 30 anni (sottoposto ai domiciliari) e Alessandro Pagano (attualmente libero), mentre Pietro Lofaro è stato assolto. L'accusa riguardava l'omicidio di Maiorano, un idraulico forestale scambiato per l'ndranghetista Giuliano Serpa, avvenuto il 21 luglio 2004 a Paola.
La vittima, Antonio Maiorano, emerge come figura completamente estranea ai loschi affari della criminalità organizzata. Un idraulico forestale, padre di famiglia rispettato, Maiorano è stato colpito da tre colpi di arma da fuoco in un tragico scambio di persona scatenato dalla faida tra le cosche Serpa-Bruni-Tundis-Besaldo e Scofano-Martello-Ditto-La Rosa.
I testimoni hanno concordato nel dipingere Maiorano come una persona onesta e pacifica, ben voluta dalla comunità. Gli investigatori hanno subito intuito che l'omicidio dell'idraulico forestale era il risultato di un tragico errore. Il vero obiettivo dei killer era Giuliano Serpa, operaio forestale pluripregiudicato e reggente della cosca locale.
Due coincidenze fatali hanno condannato Antonio Maiorano. La somiglianza fisica con Giuliano Serpa, sia per corporatura che per capelli brizzolati, e il fatto di aver condiviso lo stesso luogo con Serpa, sedendosi a leggere un giornale presso la base operativa del servizio antincendio vicino allo stadio di Paola. Un semplice scambio di posti tra Maiorano e Serpa ha avuto conseguenze devastanti.
La procura aveva inizialmente richiesto l'ergastolo per tutti e tre gli imputati, ma la sentenza ha condannato Cascardo a 30 anni, mantenendo Pagano libero, e assolvendo Lofaro. Una decisione che solleva interrogativi sulla giustizia e sulla complessità delle dinamiche criminali nella regione.
Il contesto della faida tra le cosche del Tirreno cosentino rivela una violenza brutale e una competizione spietata per il controllo del territorio. Maiorano è diventato, involontariamente, un simbolo delle conseguenze nefaste di questa lotta per il potere, scambiato come pedina in un gioco pericoloso tra bande rivali.
La storia di Antonio Maiorano è un triste esempio di come la criminalità organizzata possa incidere pesantemente sulla vita di persone innocenti. Il processo ha messo in luce il lato oscuro di una faida intricata, sottolineando la necessità di un approccio più incisivo per contrastare il crimine organizzato nella regione calabrese. La comunità si interroga ora sulla giustizia della sentenza e sulle radici profonde di una violenza che continua a segnare la vita di chi, come Antonio Maiorano, si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato.

