'Ndrangheta «come una piovra»: le motivazioni del processo raccontano l’alleanza tra clan (NOMI)
Nelle quasi duemila pagine della sentenza emerge il quadro di una struttura criminale trasversale. Le intercettazioni descrivono un sistema fondato su affari, collegamenti e controllo economico
«È come una specie di piovra. Questi che tengono i miliardi sono tutti clan di qua. Quelli che sono potenti sono i riggitani. C’è pure Michele Capano con Franco u’ Mutu. Ci sono tutte le famiglie dei riggitani e siciliani, di Napoli, ci sono i casalesi. E noi siamo amici con tutti. Siamo come la piovra».
È una delle conversazioni finite nelle motivazioni della sentenza del processo “Hydra”, il procedimento milanese che ha portato alla condanna di 60 imputati con il rito abbreviato per un totale di circa 450 anni di carcere. Parole intercettate dalla Squadra Mobile di Cosenza in un’indagine diversa e poi acquisite agli atti del processo, che secondo il gup di Milano Emanuele Mancini rappresentano uno degli elementi utili a delineare la presunta esistenza di una rete criminale capace di mettere in collegamento diverse organizzazioni mafiose.
Al centro della ricostruzione giudiziaria c’è l’ipotesi di una struttura comune operante in Lombardia, soprattutto tra Milano e il Varesotto, nella quale sarebbero confluiti esponenti riconducibili a ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra. Una sorta di alleanza orizzontale, secondo il giudice, costruita non attraverso una rigida gerarchia, ma attraverso una convergenza di interessi economici e criminali.
Nelle motivazioni viene richiamata anche la capacità di alcuni soggetti di creare collegamenti tra ambienti mafiosi differenti. Gli investigatori hanno ricostruito incontri e rapporti tra persone ritenute vicine a gruppi calabresi, siciliani e campani, con particolare attenzione ai contatti avvenuti nel territorio milanese.
Secondo il gup, dalle indagini sarebbe emersa «la formazione di un sodalizio unitario, stabile e trasversale», nel quale avrebbero trovato spazio persone con diverse provenienze criminali e soggetti privi di storici legami con le organizzazioni tradizionali. Una struttura definita nelle motivazioni come «flessibile e orientata alla massimizzazione dei profitti».
Tra gli elementi considerati dai giudici ci sono anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Francesco Bellusci, esponente del locale di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, avrebbe parlato di «una cosa unica, una cosa sola… un’unione», riferendosi alla nascita della nuova alleanza criminale. Altri verbali avrebbero indicato nel 2019 il momento in cui sarebbe maturato il progetto di collaborazione tra gruppi diversi.
Un ruolo centrale nell’inchiesta viene attribuito a Massimo Rosi, indicato come figura di riferimento del locale lombardo collegato alla cosca Farao-Marincola di Cirò. Il gup lo ha condannato a 16 anni di reclusione, riconoscendogli, secondo la ricostruzione della sentenza, un ruolo nella promozione dell’accordo tra le diverse componenti.
Le intercettazioni raccolte dagli investigatori restituiscono un linguaggio che richiama spesso il concetto di famiglia e appartenenza comune. In una conversazione, Emanuele Gregorini, ritenuto vicino alla componente campana, avrebbe affermato: «Qui si sono unite due famiglie potenti e qua non entra più nessuno».
Altri dialoghi fanno emergere l’idea di un legame che avrebbe superato i confini territoriali. «La Lombardia, tutta la Calabria tutta la Sicilia… con quelli siamo fratelli», avrebbe detto Gioacchino Amico, imprenditore siciliano tra gli imputati. Bernardo Pace avrebbe invece sintetizzato: «Siamo tutti uniti, siamo una famiglia unica».
Secondo il Tribunale, il progetto avrebbe avuto come obiettivo il controllo di attività economiche e il reinvestimento dei proventi illeciti attraverso una rete di rapporti imprenditoriali. Nelle motivazioni viene indicato come fine ultimo «il raggiungimento continuo del massimo profitto e controllo economico, sociale ed anche politico del territorio».
La sentenza arriva dopo un lungo percorso giudiziario. In una prima fase il gip di Milano aveva respinto l’ipotesi di una vera e propria alleanza tra mafie, accogliendo solo una parte delle richieste cautelari avanzate dalla Procura. Successivamente il Tribunale del Riesame aveva riconosciuto la configurabilità di un accordo stabile tra gli indagati.
Il quadro delineato dal processo Hydra descrive dunque, secondo l’accusa accolta dal giudice, una criminalità organizzata capace di adattarsi al contesto economico lombardo, superando le divisioni storiche tra clan e puntando su relazioni, investimenti e capacità di infiltrazione nei settori produttivi.
