L’inferno di Gianluca Callipo: «Sette mesi in cella per un errore, ora voto Sì al Referendum»
L’ex sindaco di Pizzo racconta il suo calvario giudiziario nell'intervista a Hoara Borselli: «L’inchiesta Rinascita-Scott cercava nomi famosi, io ne ho fatto le spese»

Sette mesi in alta sicurezza, 300 pagine di accuse, una carriera politica spezzata e, infine, l’assoluzione piena. Gianluca Callipo, già sindaco di Pizzo Calabro e figura di spicco del Partito Democratico in Calabria, ha deciso di rompere il silenzio in una intensa intervista rilasciata a Hoara Borselli, ripercorrendo il suo incubo giudiziario e lanciando un appello accorato a favore della riforma della giustizia.
Il racconto di Callipo parte dalla notte del 19 dicembre 2019, quando alle tre e mezza del mattino la sua vita è stata stravolta. «Svegliato dal citofono, si presentarono sette o otto carabinieri», ricorda. L’accusa era pesantissima: concorso esterno in associazione mafiosa e abuso d’ufficio aggravato dalle finalità mafiose. Nonostante la consapevolezza della propria innocenza, Callipo viene trasferito nel carcere di Cosenza tra centinaia di altri indagati dell’inchiesta “Rinascita-Scott”, guidata dall’allora procuratore Nicola Gratteri. «Mi consegnarono scatoloni con 30mila pagine di motivazioni — racconta —. Ero convinto che sarei tornato a casa in poche ore, invece ho passato sette mesi in una cella».
La verità è arrivata solo nel luglio 2020, quando la Cassazione ha annullato l’ordinanza di arresto dichiarando l’assenza di qualsiasi elemento di prova o gravità indiziaria. Nonostante la scarcerazione, il calvario è proseguito con una richiesta di condanna a 18 anni da parte della Procura, conclusasi poi con l’assoluzione. «Dopo che Gratteri ha lasciato la Calabria, la Procura ha persino rinunciato all’appello», rivela Callipo, sottolineando l’amarezza per un sistema che, a suo dire, non ha mai previsto conseguenze per chi ha sbagliato: «I magistrati che hanno sbagliato non hanno pagato, anzi, sono stati promossi».
La vicenda personale di Callipo è diventata, oggi, la base per la sua battaglia politica in favore del referendum sulla giustizia. «La mia vicenda mi ha fatto comprendere meccanismi che non funzionano — spiega —. Serve assolutamente la separazione delle carriere, serve il sorteggio e serve un’Alta Corte che giudichi i magistrati». Per Callipo, il problema è strutturale: «Oggi il Gip fa spesso quello che dice il Pm. Separarli è un passo decisivo».
L’ex esponente PD non risparmia critiche al suo vecchio partito, che invita a votare "No" al referendum. «Il Pd non ha più i valori che ricordavo io; corre appresso ai magistrati e ai grillini», accusa. Sulla scelta di molti esponenti della sinistra di opporsi alla riforma solo per avversione politica verso il governo Meloni, Callipo è netto: «È solo populismo. Affossare una buona riforma solo per far danno alla Meloni non è degno di una classe dirigente».
