Giornata intensa al Tribunale di Vibo Valentia. Nell’aula bunker dov'è in corso il processo “Nemea” è stato sentito in qualità di testimone, oltre a Michele Iannello e al collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, anche il maresciallo dei carabinieri Salvatore Todaro, destinatario di minacce da parte di Leone Soriano. Il presunto boss è intervenuto dando un piccolo "show": dopo aver affermato che le accuse a suo carico si basano solo sul “sentito dire” ha tirato in mezzo Nicola Gratteri, attaccando i magistrati. Facendo calare il gelo all’interno dell’aula, che al termine dell’intervento è rimasta in silenzio per alcuni interminabili secondi. A lui ha poi replicato, indirettamente, Emanuele Mancuso, parlando delle intenzioni di Soriano di colpire i carabinieri e delle fonti “stra attendibili” che il presunto boss di Filandari vantava di avere all’interno delle stesse forze dell’ordine.

L’attentato alla caserma di Filandari. Uno degli eventi oggetto dell’udienza è stato il presunto progetto di attentato alla caserma di Filandari. All’epoca dei fatti Salvatore Todaro ricopriva il ruolo di comandante presso la stessa stazione dei carabinieri, ricevendo anche diverse cartoline ("almeno due") da parte di Leone Soriano, in quel periodo detenuto presso il carcere di Secondigliano (NA). Missive non certo di piacere, ma ricche di insulti e offese nei confronti del carabiniere. "Le ho ricevute in periodi diversi, non ricordo precisamente quando, in ogni caso sono sempre state inviate alla Procura", ha precisato il maresciallo dei carabinieri. Minacce che, questa la tesi dell’accusa, non dovevano restare solo sulla carta. "Si parlava di una bomba - ha dichiarato Todaro - in una determinata zona della caserma, che essendo buia, molto buia, era accessibile nonostante la videosorveglianza; avevamo chiesto dei fari al Comune, che per quanto possibile ha fatto". Il pericolo di un ordigno era concreto, tanto che erano state prese diverse misure di sicurezza: dalla presenza di pattuglie fisse, sia di notte che di giorno, a controlli continui, in aggiunta a diversi altri accorgimenti.



Leone Soriano

Parola al presunto boss.  Leone Soriano, tra gli imputati principali, era oggetto di attenzione da parte dei carabinieri di Filandari. Essendo infatti sottoposto, all’epoca dei fatti, ad un obbligo di sorveglianza speciale, era compito delle forze dell’ordine verificare il rispetto dell’obbligo di firma e di rientro in un determinato orario. Oltre ai controlli generali di prevenzione dei reati. A riguardo un caso in particolare è stato oggetto del controesame da parte degli avvocati della difesa: l’arresto di Leone Soriano per guida senza patente. Il fatto è stato ben descritto da Salvatore Todaro. Dopo essere stato riconosciuto alla guida da alcuni carabinieri, viene imposto l’alt a Leone Soriano. Lui non si ferma. Inizia l’inseguimento. Ma Filandari è un paesino piccolo, fatto di viuzze e strade strette. Il pericolo di investire qualcuno, anche qualche bambino, è reale. Così il comandante Todaro, sentito  telefonicamente, consente di terminare l’inseguimento consapevole del fatto che ormai il presunto boss era stato riconosciuto. Infatti mezz’ora dopo è lo stesso Leone Soriano a presentarsi in caserma spontaneamente, dove è stato tratto in arresto. Tra coloro che avevano preso parte all’inseguimento figurava l’appuntato Cammarata, a cui successivamente nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre 2017 ignoti hanno dato alle fiamme l’auto.
Al termine dell’esame del maresciallo Todaro, quando aveva ormai lasciato il banco dei testimoni, ha voluto rilasciare delle dichiarazioni spontanee lo stesso Leone Soriano, presente in videoconferenza dal carcere dove è detenuto. Da lì ha tuonato prima contro le "menzogne" che sono state dette, in quanto "non c’è mai stata la volontà di fare un attentato alla caserma". Poi contro lo stesso maresciallo Todaro, accusandolo (come ha già fatto diverse altre volte) di essere vicino ad ambienti criminali: "Io ho scritto al maresciallo, ma solo perché lui è legato ad ambienti di ‘ndrangheta del Vibonese; al momento opportuno mi riservo di dire quello che so a chi di dovere". Terminando infine il suo intervento alzando la voce, dichiarandosi vittima di un sistema in cui persone con cui non ha mai avuto a che fare lo tirano in mezzo “per sentito dire”. "Anch’io allora ho sentito dire che Gratteri ha detto che il 7-8% dei magistrati è corrotto, perché allora nessuno fa indagini su di loro e invece indagano me?".

Il presunto boss e il pentito. Emanuele Mancuso, ascoltato successivamente, ha dichiarato che con lui Leone Soriano non ha mai parlato di un attentato alla caserma. "Io ho definito la sua una linea stragista ma devo chiarire che non ho mai sentito parlare di attentati alla caserma dei carabinieri di Filandari». In ogni caso, secondo quanto affermato dal pentito, voleva colpire i carabinieri: "In una circostanza mi diede il compito di attentare all’auto di un militare che aveva una terra tra Monteporo e Caroniti, io non volevo e presi tempo con una scusa". Secondo Mancuso Leone Soriano aveva delle "talpe" all’interno delle forze dell’ordine: "C’era una schiera di carabinieri all’interno del campo di aviazione che gli riferivano di operazioni imminenti". E lo fa citando un episodio. "Ricordo che una sera mi disse di non dormire a casa perché ci sarebbe stata una retata; io mi misi in contatto con una persona di Catanzaro che mandai davanti alla caserma dei carabinieri per seguire le macchine che si sarebbero mosse". E la retata effettivamente ci fu. "Andarono verso la provincia di Crotone per un’operazione contro i Marincola-Farao, quindi la fonte di Leone era 'stra attendibile'". Nel lungo intervento Emanuele Mancuso ha anche avuto la possibilità di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. "Io ho perso tutto, madre, padre, fratelli, convivente - ha ricordato - e sono passato come infame perché collaboratore di giustizia; lui, Leone Soriano, telefonava ai carabinieri per far sapere dove si trovava Peppone Accorinti". Soriano Leone, ricordiamo, è accusato di essere il boss della cosca dei Soriano di Filandari. Imputato a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, reati legati alla detenzione di armi e droga, danneggiamento, violazione della sorveglianza speciale, minacce e estorsione aggravate dalle modalità mafiose.

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"La rete di Luigi Mancuso è così vasta che coinvolge avvocati di Vibo e di Catanzaro, medici e professionisti". Parole d...