A comandare in città era sempre e solo Principe: anche il nuovo sindaco non poteva prendere decisioni senza il suo avallo. Così fu anche nella vicenda del bar 'Colibrì' di Rende, affidato a costo zero alla moglie di un soggetto "ritenuto notoriamente appartenente alla criminalità organizzata"

Umberto Bernaudo? Non un primo bensì un “secondo cittadino” o un “sindaco facente funzione”. Così la sua figura viene tratteggiata nelle pagine dell’ordinanza redatta dal gip Ferraro. A muovere i fili della città era sempre e solo Sandro Principe senza il cui “avallo” Bernaudo “non poteva prendere decisioni”.

Il patto del bar. Così era stato, per esempio, per l’affidamento della gestione del bar ‘Colibrì’ di Rende alla moglie di Adolfo D’Ambrosio, Robertina Basile. Affidamento – si legge – “oggetto dell’accordo” tra lo stesso D’Ambrosio e Sandro Principe “a fronte dell’impegno elettorale che il D’Ambrosio avrebbe profuso in favore dell’on. Principe e dei suoi candidati”. All’epoca, il dirigente del settore Appalti e Contratti del Comune di Rende aveva manifestato perplessità all’allora sindaco Principe sul fatto che la Basile fosse l’unica partecipante alla gara e che la stessa fosse sposata con Adolfo D’Ambrosio, “soggetto ritenuto notoriamente appartenente alla criminalità organizzata”. (leggi qui i dettagli dell'inchiesta) L’assegnazione ci fu lo stesso. Non solo, nel “patto elettorale” stretto da Principe era previsto anche lo scomputo dei canoni di locazione – che quindi il Comune non avrebbe richiesto ai gestori del bar – da “asserite opere di miglioria ai locali”. Tradizione che non si interrompe con l’avvicendamento alla poltrona di primo cittadino. È un altro ex sindaco di Rende, Vittorio Cavalcanti (estraneo alle vicende contestate) a riferire la circostanza secondo cui una dirigente del Comune gli aveva detto che lei e i suoi colleghi “allorché era sindaco Bernaudo, si erano determinati a procedere alla predetta compensazione (dei canoni di locazione, ndc) poiché vi erano state disposizioni in tal senso da parte del sindaco Bernaudo medesimo, il quale (…) aveva preso accordi con il D’Ambrosio medesimo”.

La ribellione di Cavalcanti. Cavalcanti eredita questa situazione ma vi si oppone subito, come racconta ancora agli inquirenti: “In buona sostanza, la proprietà del bar non solo non aveva pagato i canoni di locazione per diversi anni, anzi se mal non ricordo non li aveva mai pagati, ma addirittura pretendeva che tale debito venisse compensato con un asserito credito vantato nei confronti del Comune di Rende, per l’esecuzione di lavori di miglioria”. Così era stato fatto con le amministrazioni precedenti, ma il nuovo sindaco non si presta: “La mia opposizione era motivata innanzitutto dal fatto che eventuali lavori su un bene pubblico, qual era il ‘Colibrì’, andavano previamente autorizzati, e monitorati, per verificare la veridicità e la corrispondenza dei lavori asseverati nelle fatture con quelli effettivamente eseguiti, anche per verificare la ditta esecutrice dei lavori. Inoltre, addirittura si arrivava a chiedere la compensazione di canoni superiori a quelli maturati alla scadenza”.

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